Mentre si avvicina l’elezione per il Presidente della Repubblica, Gustavo Zagrebelsky parla di «distacco e fallimento» della politica. «Non è più tempo, il tempo in cui l’elezione del Presidente della Repubblica poteva essere l’apoteosi delle trattative segrete» afferma, «dei calcoli di utilità di soggetti più o meno visibili, di lobby più o meno legittime, insomma dei giochi e degli intrighi di palazzo».
«È bene sapere che non è più tempo; anzi, che non c’è più tempo» scrive Zagrebelsky su Repubblica. «Ci stanno di fronte il distacco e il fallimento. È una sorta di sganciamento che priva la politica del suo basamento democratico. Si fa male a sottovalutarlo; malissimo, quando si tratta del momento che dovrebbe essere il più solenne, il più nobile di tutti».
«Su chi dovrebbe cadere la scelta del Parlamento? Niente di meno che su uno capace di essere il “rappresentante dell’unità nazionale” (articolo 87 della Costituzione). Unità nazionale è cosa seria e, soprattutto non è una cosa che c’è, ma una cosa che deve essere costruita giorno per giorno, interpretando concretamente il patto che sta alla base del nostro “stare insieme”».
«Le interpretazioni possono essere varie, ma una cosa è certa: tutte devono stare al di sopra non solo delle beghe, delle manovre, delle pressioni e dei ricatti di cui è fatta molto spesso la politica d’ogni giorno, ma anche delle strategie partitiche dei giorni a venire. Questa è l’esigenza primaria; tutto il resto viene dopo. I cittadini non staranno solo a guardare; staranno a giudicare. E questo, per la nostra politica e i suoi rappresentanti, rischia di essere un giudizio di ultima istanza, cioè senza appello».
«Non si è detto forse abbastanza sulla deriva costituzionale che negli anni ha cambiato la natura della presidenza della Repubblica: dalla garanzia per tutti alla politica in proprio. Cambio di natura, si prenda nota, non ampliamento di funzioni: se uno è garante non deve giocare la sua partita e se gioca una sua partita non è più garante».
«La presidenza della Repubblica di cui oggi parliamo è molto diversa da quella dei decenni trascorsi e da quella cui si pensava quando la Costituzione è stata scritta. Su questo punto letteralmente cruciale delle nostre istituzioni si è determinata non una supplenza, ma una vera e propria “modifica tacita della Costituzione” di cui ora avvertiamo la portata e i rischi».
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