«Il 36 per cento degli elettori non è andato a votare: un ceto politico riflessivo si dovrebbe fermare a parlare di questo».
Walter Veltroni, primo segretario del Pd, intervistato da Francesca Schianchi sulla Stampa del 5 ottobre, parte da qui per commentare il risultato delle elezioni. Da quel punto, sottolinea, dovrebbe iniziare la «riprogettazione dell’identità della sinistra, che oggi deve affrontare una sfida inedita».
A cosa si riferisce?
«Questo è il secolo della paura. Dall’inizio del millennio siamo entrati in un gigantesco terremoto: l’11 settembre, la lunga crisi finanziaria, la pandemia, la crisi climatica, la sensazione di una guerra atomica non impossibile, i mutamenti demografici. Non ho paura a dire che è il tempo di immaginare un’altra società: la sinistra deve capire come portare i suoi valori in questo terremoto. Se invece continua a discutere solo se allearsi con questo o con quello, lascerà alla destra il compito di incarnare il senso di smarrimento dei cittadini».
Più facile a dirsi che a farsi, non trova?
«Non sarà risolutiva l’ennesima testa di segretario che rotola, ma la capacità di ritrovare quella doppia dimensione, concretezza sociale e idealità, che ha costituito il meglio della storia della sinistra. Le persone si convocano sempre attorno a un sogno, non a una paura».
Il partito è pronto a organizzare l’opposizione?
«L’opposizione non è una gogna. Dall’opposizione si possono cambiare i Paesi, si può aspirare a governare. Governare non è un fine, è un mezzo. Non si sta in politica per governare, e se si governa lo si fa per cambiare. Questa può essere una fase di rigenerazione, si faccia opposizione con le proprie idee, in Parlamento e quartiere per quartiere, e su questa base si verifichino le future alleanze possibili».
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