L’“Industrial Accelerator Act”, ossia la proposta di regolamento della Commissione per promuovere lo sviluppo di tecnologie e prodotti Made in Eu, è un altro passo nella rincorsa dell’Ue per dotarsi di apparati regolatori volti a sostenere l’industria continentale.
Il merito del regolamento è rilevante, la retorica fuorviante.
La Commissione afferma che “la proposta ha l’obiettivo di accrescere la quota della manifattura nel Pil Ue al 20% entro il 2035, partendo dal 14,3 del 2024”.
C’è confusione in queste parole.
Ricordano altri fallimentari target del passato e tradiscono l’ansia di trovare strumenti di intervento, sotto la pressione delle lobby industriali, che finisce per obnubilare analisi e diagnosi della deindustrializzazione europea.
Si parte da un errore fattuale.
Ciò che nel 2024 è al 14,3% non è il valore aggiunto, ma l’occupazione manifatturiera Ue in termini di ore.
In effetti, trent’anni prima (1995), era al 20% (19,7 per la precisione): si vorrebbe quindi che l’Ue nel suo insieme tornasse lì?
Il peso manifatturiero (valore aggiunto) nel Pil, invece, è nel 2024 circa 16% sia in termini reali (prezzi 2020) che a prezzi correnti.
Le due misure di valore aggiunto nel 2024 – reale e prezzi correnti – sono, però, il punto di arrivo di percorsi diversi.
In termini reali, la quota manifatturiera nell’economia Ue è rimasta nel tempo pressoché stabile, con un’erosione negli ultimi 3 anni.
A prezzi correnti, la quota è diminuita da circa il 20% nel 1995, ridimensionamento realizzato soprattutto tempo fa, tra il 1995 e il 2009.
Mettendo insieme questi numeri si ha una storia chiara della deindustrializzazione europea e non è quella di uno svuotamento per “unfair foreign competition”.
Il calo del peso dell’occupazione manifatturiera a fronte di una quota costante del valore aggiunto reale nell’economia è il risultato della più forte crescita della produttività industriale rispetto agli altri settori, in particolare i servizi.
Cioè di un processo naturale e salutare di deindustrializzazione, guidato interamente da forze interne.
Un fenomeno che trova conferma nella contrazione del peso del valore aggiunto manifatturiero a prezzi correnti, in presenza di stabilità di quello reale.
La maggiore efficienza manifatturiera si è tradotta in abbassamento dei prezzi rispetto ai servizi, comprimendo il peso nominale dell’industria nell’economia Ue.
Ora, è probabilmente necessario proteggere e promuovere, anche con strumenti protezionistici quali quelli della proposta di regolamento, i settori strategici europei perché il mondo è cambiato: Ricardo non vale più, le catene del valore sono insicure e vige la legge del più forte.
Ma, per favore, si vorrebbe almeno che non si sostenessero tali misure con argomenti vetusti, economicamente infondati e obiettivi immaginari.
L’occupazione industriale dell’Ue (nonché il valore aggiunto) non potrà riportarsi, con protezioni e sussidi, al 20%.
Il ridimensionamento del peso manifatturiero è stato principalmente il frutto del progresso economico europeo, tornare indietro, come sembra voler comunicare la Commissione pur di nobilitare la proposta, sarebbe solo un disastro.








