Una crisi del debito sovrano si avvicina, alimentata dall’imprudenza fiscale della politica. A lanciare l’allarme è The Economist, che vede nell’Europa – e in particolare nella Francia – l’anello più debole.
Un tempo i banchieri ripetevano che gli Stati, a differenza delle aziende, non possono fallire.
Lo hanno fatto finché, negli anni Ottanta, un’ondata di default in America Latina ha smentito quel rassicurante slogan.
Oggi la domanda è se uno shock simile possa sgonfiare la presunzione del mondo ricco.
Cinque anni fa i tassi erano così bassi che il debito pubblico sembrava quasi gratuito.
Ora, con gli investitori che si liberano dei titoli di Stato, molti governi dei Paesi avanzati pagano per indebitarsi più che in qualsiasi momento dagli anni Novanta o Duemila.
E poiché il debito delle grandi economie, in rapporto al Pil, è circa il doppio di quello di inizio secolo, la pressione sui bilanci è enorme.
Già prima dell’ultima ondata di vendite, secondo il settimanale britannico, i governi avrebbero speso quest’anno l’8% delle entrate fiscali per gli interessi netti, mentre invecchiamento della popolazione e minacce di guerra spingono verso nuove spese.
Prima o poi, avverte il giornale, gli investitori si ribelleranno.
Paradossalmente, una parte delle vendite è frutto di buone notizie.
L’economia americana corre: le richieste di sussidi di disoccupazione sono basse, la crescita potrebbe superare il 3% annuo e la produttività appare robusta.
La corsa all’intelligenza artificiale, con le aziende a caccia di capitali per costruire data center, entra in concorrenza con gli Stati sui mercati globali.
Risultato: tassi più alti.
Ma ci sono anche spinte meno benvenute.
Lo shock energetico legato alla guerra in Iran ha rialzato l’inflazione e crescono i dubbi sulla credibilità delle istituzioni economiche nell’era del populismo.
Il presidente Donald Trump ha osservato che l’inflazione può ridurre i debiti “molto rapidamente” e ha rinnovato gli attacchi alla Federal Reserve per non aver tagliato i tassi.
In Francia, Jean-Luc Mélenchon, candidato della sinistra populista all’Eliseo, è arrivato ad accusare di tradimento il governatore della Banca di Francia.
Gli investitori, guardando lontano, temono che i governi useranno l’inflazione per svuotare le loro tasche.
Gli effetti variano da Paese a Paese.
Gli Stati Uniti scoprono che la crescita trainata dall’IA aiuta poco a gestire il debito, perché i tassi salgono insieme all’economia.
Un deficit federale attorno al 6% del Pil è insostenibile, ma Washington gode ancora dell’enorme vantaggio di emettere la valuta di riserva mondiale: con il rialzo dei rendimenti, il dollaro si è apprezzato.
La resa dei conti arriverà, ma non ancora.
Anche il Giappone, eterna fonte di preoccupazione, per ora regge.
Il rendimento del decennale ha superato il 3% per la prima volta dal 1996 e il governo prepara un piano di spesa giudicato sconsiderato.
Tuttavia l’inflazione è salita con i tassi, i tassi reali restano bassi e il deficit è contenuto, così il debito cala in rapporto al Pil.
Se però i giapponesi iniziassero a vendere il loro immenso stock di attività estere, le scosse si propagherebbero al resto del mondo.
È l’Europa, secondo The Economist, il luogo dove il rischio è maggiore.
Il boom dell’IA ne alza il costo del capitale senza regalarle, a differenza dell’America, una spinta alla crescita paragonabile.
Un’economia importatrice di energia soffre per il caro carburanti e soffrirà di più con un inverno rigido, vista la probabile carenza globale di gas naturale liquefatto.
Se alcuni governi prudenti – Germania, Scandinavia e Svizzera – hanno i conti in ordine, Regno Unito, Francia e Italia vacillano.
La Gran Bretagna ha già vissuto una rivolta dei mercati nel 2022: corretta la rotta, il rapporto debito/Pil continua però a salire e la politica eccelle nel rinviare i tagli, come dimostra una recente promessa sulle pensioni.
Il debito netto italiano è abbastanza stabile, ma al 129% del Pil resta troppo alto: una situazione fragile, che in caso di panico potrebbe spezzarsi.
La pressione più forte è sulla Francia.
Il deficit dovrebbe toccare quest’anno il 5,4% del Pil.
Con la crescita attuale, calcola il settimanale, se Parigi rifinanziasse tutto il debito ai rendimenti quinquennali correnti, stabilizzarlo richiederebbe una stretta superiore al 4% del Pil.
Eppure il Paese è attraversato da proteste studentesche e il Parlamento fatica ad approvare una manovra con tagli pari a un decimo di quella cifra.
Di recente gli investitori hanno imposto alla Francia un premio di 1,5 punti rispetto alla Germania sui prestiti decennali: lo spread più alto dalla crisi del debito dell’eurozona.
In vista delle presidenziali del 2027, Marine Le Pen, leader del Rassemblement National, è in testa ai sondaggi.
Si è impegnata a tagliare la spesa del 3% del Pil entro il 2032 e a dimezzare il rapporto debito/Pil.
I rendimenti sono scesi leggermente, ma la sua credibilità è scarsa: continua a promettere di abbassare l’età pensionabile mentre l’aspettativa di vita si allunga, evitando così di affrontare la voce più pesante della spesa pubblica francese.
Una corsa a vendere i titoli francesi è possibile.
In quel caso il governo potrebbe rispondere non con l’austerità, ma pretendendo un salvataggio dalla Banca centrale europea.
In teoria i Paesi devono mettere in ordine i conti prima che la Bce acquisti il loro debito, ma oggi quel paletto contro i salvataggi è più debole di dieci anni fa.
In una partita a chi cede per primo, un presidente populista probabilmente vincerebbe: senza la Francia, l’Unione europea non potrebbe sopravvivere.
Per The Economist sarebbe però un errore che le banche centrali salvino governi che rifiutano categoricamente di risanare i bilanci.
Il loro compito è sbloccare i meccanismi finanziari, non garantire decenni di indebitamento sconsiderato.
Se diventassero bancomat dei ministeri dell’Economia anziché custodi della stabilità dei prezzi, i titoli a lungo termine verrebbero venduti ancora di più.
E gli elettori ne presenterebbero il conto.
La strada migliore, in Francia come altrove, è che i politici spieghino ai cittadini che il debito pubblico va tenuto sotto controllo, e che insieme devono fare tutto il necessario per riuscirci.








