De Rita: da mezzo secolo una società “cetomedista” che non ama gli scossoni ed è difficile da intercettare
In vista del voto, tutte le forze politiche guardano con crescente attenzione al ceto medio.
Ma riuscire a conquistarlo è tutt’altro che semplice.
È la tesi che il sociologo Giuseppe De Rita, fondatore del Censis, sviluppa in un’analisi pubblicata sul Corriere della Sera, dal titolo “Come catturare i cetomedisti”.
Il punto di partenza è storico.
De Rita richiama una delle pagine più lucide di Giulio Bollati sull’identità degli italiani, secondo cui il Risorgimento fu un “evento moderato”: estraneo all’estremismo, perché la rivoluzione era arrivata già “vaccinata” con Napoleone, ed estraneo agli sconvolgimenti di piazza, perché la Restaurazione austriaca aveva garantito i tempi lunghi del risveglio nazionale.
Per illustrare questo moderatismo, Bollati citava il critico e drammaturgo settecentesco Giuseppe Baretti, che descriveva un teatro veneziano poco conflittuale, dove i nobili sputavano dai palchetti sui villani in platea e questi rispondevano con raffiche di parolacce.
Baretti concludeva, con ironia da moderato, di non ricordare di aver mai sentito parlare di sedizione popolare in Italia.
Quel riferimento al 1780, osserva De Rita, resta utile per capire il carattere “testardamente moderato” del Paese.
Oggi però quel teatro diviso tra palchetti dei nobili, platea dei villani, loggione dei fanatici ed esclusi non esiste più.
Al suo posto c’è la potenza livellante di un’indistinta platea cetomedista, che omogeneizza gruppi sociali, interessi e comportamenti.
Il lungo processo di “cetomedizzazione” avviato negli anni Settanta, spiega il sociologo, non ha creato una nuova classe sociale, ma un’adulta società cetomedista, con così poche divisioni interne da non permettere l’insorgere di grandi conflitti.
È questa platea a dominare la realtà sociale, e per comprenderla serve il lavoro di chi calca il palcoscenico: gli attori politici.
La loro ansia è grande, sottolinea De Rita, perché sono abituati a esprimere sensazioni più che a interpretarle.
Così finiscono per dividere una platea che non è più divisa e per inseguire umori e silenziose attese di un ceto medio che resta per loro sconosciuto.
A pesare è anche la stanchezza culturale verso i vecchi temi della lotta sociale, come lavoro dipendente, salario e scioperi, e la volatilità delle proposte su questioni che riguardano tutti, come casa, sanità e scuola.
Ma la società cetomedista, avverte De Rita, non consente approcci settoriali.
Esprime piuttosto domande che coprono l’intera esistenza, oggi e nel prossimo futuro: la protezione della vita quotidiana, il rispetto delle regole del gioco collettivo, la qualità della convivenza civile, il benessere individuale, lo “star bene”, il vivere senza subire scossoni militari o finanziari dalle dinamiche internazionali.
Si vuole vivere in pace con se stessi e con la propria salute fisica, avere un’adeguata libertà rispetto ai poteri esterni, a cominciare dal fisco, e guardare con tranquillità al proprio futuro, pensionistico o ereditario.
Qualche attore più furbo degli altri, ipotizza il sociologo, potrebbe proporre un programma non centrato sugli interessi ma sull’identificazione totale con un “ceto medio mondiale”: la pace contro tutte le guerre e l’intoccabilità delle regole costituzionali.
Difficilmente però queste opzioni basterebbero da sole a diventare un’offerta elettorale vincente.
La platea cetomedista non voterebbe per un partito di partigiani della pace o della lotta per la difesa costituzionale.
Si tratterebbe di temi capaci di catturare una generica opinione pubblica, ma lontani dalle due preoccupazioni reali di questa società: un buon compromesso fiscale e un tranquillo avvio patrimoniale e pensionistico.
La conclusione di De Rita è netta: nella società cetomedista l’opinione non regge.
Per chi vuole conquistarla, meglio restare a gestire moderatamente i diversi versanti della quotidianità.








