Il segretario generale di Assopopolari interviene su Il Tempo: la vera sfida non è tra crescita e benessere, ma su quale crescita sia in grado di generare sviluppo integrale e sostenibile.
Esiste una crescita che si misura in botteghe, fabbriche e posti di lavoro, e un’altra che si misura in rendimenti generati da altri rendimenti.
Due dimensioni che non coincidono, anche se per lungo tempo si è fatto finta che fossero la stessa cosa.
È la riflessione che Giuseppe De Lucia Lumeno, segretario generale dell’Associazione Nazionale fra le Banche Popolari, affida a un intervento pubblicato su Il Tempo.
Secondo De Lucia Lumeno, una finanza che si stacca dall’economia reale, che crea valore soltanto per sé stessa e scarica i rischi sugli altri, può far salire gli indici senza migliorare la vita di nessuno.
Le crisi dell’ultimo quindicennio, osserva, lo hanno dimostrato: il conto delle scelte speculative è ricaduto su famiglie, imprese e risparmiatori che non le avevano compiute.
Il credito popolare, sostiene il segretario generale di Assopopolari, ha un’altra idea della finanza: uno strumento al servizio di chi produce, per dare accesso al credito ad artigiani, commercianti e piccoli imprenditori che il sistema può non vedere.
Il suo bilancio si legge nei prestiti a imprese e famiglie del territorio, non in operazioni sofisticate; il rischio ha il volto riconoscibile del cliente.
Raccoglie risparmio nella comunità e lo restituisce alla comunità sotto forma di credito, tenendo insieme la tutela dei piccoli risparmiatori e la stabilità.
Per questo, avverte De Lucia Lumeno, sapere quanto cresciamo è necessario ma non basta.
Occorre chiedersi anche che cosa cresce, per soddisfare quali bisogni e a carico di chi, offrendo risposte sostenibili sul piano economico, sociale e ambientale.
A parità di condizioni economiche, due comunità possono raggiungere livelli di benessere molto diversi a seconda della tenuta del loro tessuto sociale: fiducia, relazioni, capacità di partecipare e di agire per un interesse comune.
Ed è qui che il credito del territorio fa la differenza.
Diverse analisi, ricorda l’autore, indicano che dove il radicamento delle banche del territorio è più forte sono più alti anche l’inclusione finanziaria e il risparmio.
Ne nasce un circolo virtuoso: il risparmio diventa credito per una piccola impresa, sostegno all’investimento di una famiglia, finanziamento per un giovane che avvia un’attività.
Gli investimenti sostengono innovazione e occupazione, e una comunità più solida genera nuove opportunità e nuova capacità di risparmio.
La questione, sottolinea, non è soltanto quanto risparmio un Paese produca, ma quanto sia capace di orientarlo verso l’economia reale: anche questo è un fattore di competitività.
Un ragionamento che vale a maggior ragione a livello europeo.
Un’Europa che vuole rafforzare la propria autonomia, scrive De Lucia Lumeno, non può prescindere dalla vitalità dei suoi territori.
Come ha ricordato il presidente dell’Abi Antonio Patuelli all’assemblea di luglio, “la biodiversità delle banche, tutte diverse, talune anche protagoniste in Europa, rafforza la concorrenza”.
Qualità sociale e competitività non sono obiettivi in conflitto: comunità coese, fiducia e capacità di investimento sono infrastrutture dello sviluppo.
La scelta, conclude il segretario generale di Assopopolari, non è dunque tra crescita e benessere, ma su quale crescita sia in grado di generare benessere, e quindi sviluppo integrale e sostenibile.
Significa pretendere che innovazione e digitalizzazione migliorino la vita delle persone e non soltanto i bilanci, che la finanza stia al fianco dell’economia reale, che il risparmio si faccia investimento e che l’investimento produca opportunità per tutti.
“È un lavoro paziente, poco appariscente, quotidiano.
È il lavoro del credito popolare”.








