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Nello Musumeci, ministro per le Politiche del mare, sulla cantieristica italiana: “La nautica deve diventare una politica industriale del Paese”

Il ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare: “Non basta celebrare il primato dei cantieri. Servono porti, retroporti, infrastrutture e una strategia nazionale”. E sull’underwater: “È la grande frontiera dei prossimi decenni”

La nautica italiana esce dal Salone di Genova con una leadership internazionale consolidata, soprattutto nell’alto di gamma, ma con davanti una sfida più ampia: trasformare la forza della cantieristica in una politica economica capace di generare valore lungo tutta la filiera del mare.

È la prospettiva indicata da Nello Musumeci, ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare, in un’intervista ad Alessandro Caruso pubblicata da Il Riformista – L’Economista.

Porti, retroporti, turismo nautico, refitting, logistica, ricerca e nuove tecnologie, spiega il ministro, devono diventare parte di un unico disegno, superando gli interventi frammentari.

“La priorità è consolidare un sistema, non limitarci a celebrare un primato”, afferma Musumeci.

“La nautica italiana unisce manifattura, tecnologia, design e una straordinaria rete di Pmi.

Ma alla forza dell’industria deve corrispondere un sistema competitivo a terra”.

Il primo nodo è la portualità turistica: “Abbiamo circa 160 mila posti barca e ne servono decine di migliaia in più.

La sfida internazionale si vince su qualità, innovazione, formazione, semplificazione e capacità di attrarre investimenti.

Il Piano del Mare nasce con questa logica”.

Il rischio di un comparto a due velocità

Alla domanda se il settore non rischi di viaggiare a due velocità, con i superyacht sempre più forti della piccola e media nautica, il ministro non si sottrae: “È un rischio concreto.

La leadership nei superyacht è un patrimonio, ma la nautica italiana non può identificarsi solo con l’alto di gamma”.

Occorre intervenire, sottolinea, su semplificazione, infrastrutture, disponibilità di ormeggi e formazione, perché “la forza del nostro modello sta proprio nella convivenza tra grandi gruppi e Pmi altamente specializzate”.

C’è poi il valore che resta sul territorio dopo il varo.

“Una barca genera economia anche dopo: ormeggio, manutenzione, refitting, ristorazione, ricettività, commercio e servizi.

È qui che dobbiamo crescere”.

Il Piano nazionale per la portualità turistica indica tre direttrici: strutture, competitività e sostenibilità.

“Un marina moderno deve essere una porta di accesso al territorio, non soltanto un luogo di ormeggio”, con opportunità soprattutto per il Mezzogiorno.

Una politica del mare, non delle sole coste

Per Musumeci il salto necessario è “culturale e di governance”.

“Per troppo tempo abbiamo avuto molte amministrazioni competenti sul mare, ma non una politica del mare”.

Il Comitato interministeriale e il Piano del Mare sono nati per cambiare metodo, facendo dialogare porti e logistica, cantieristica, pesca, turismo, energia, ricerca e dimensione subacquea.

“Il mare riguarda l’intera manifattura: approvvigionamenti, catene del valore e accesso ai mercati dipendono dalla dimensione marittima.

Non è dunque una politica delle sole regioni costiere, ma una politica nazionale”.

La frontiera subacquea

Ampio spazio è dedicato all’underwater economy.

“La dimensione subacquea è una grande frontiera dei prossimi decenni”, spiega il ministro, ricordando le competenze italiane nella cantieristica, nella difesa, nella robotica, nelle telecomunicazioni, nell’energia e nella ricerca.

Il modello è il Polo Nazionale della Dimensione Subacquea della Spezia, che riunisce Marina Militare, università, industria, Pmi e start-up.

Gli investimenti dovranno puntare su tecnologie per conoscere e monitorare i fondali, veicoli autonomi, sensoristica, protezione delle infrastrutture e ricerca marina.

Un tema che si lega direttamente alla sicurezza.

“Abbiamo compiuto passi che pochi anni fa mancavano”, rivendica Musumeci: il Piano del Mare ha inserito la dimensione subacquea tra le direttrici strategiche, è stato creato il Polo nazionale e l’Italia si è dotata di una legge specifica, tra i primi Paesi europei, con un’Autorità nazionale per il controllo delle attività subacquee.

“Le tensioni geopolitiche hanno dimostrato che un sabotaggio sotto il mare può produrre conseguenze enormi sulla superficie”.

Il Mediterraneo e la sostenibilità

Sul piano geopolitico, il Mediterraneo resta centrale ma vulnerabile, “racchiuso tra Suez e Gibilterra”.

“Le crisi nel Mar Rosso hanno ricordato quanto le nostre catene logistiche dipendano dalla sicurezza delle rotte”, osserva il ministro.

Commercio, energia, sicurezza e politica estera sono connessi: per essere una cerniera tra Europa, Africa e Medio Oriente servono porti e retroporti efficienti, intermodalità, digitalizzazione e procedure rapide, oltre a un’Europa più consapevole della dimensione mediterranea.

“L’Italia conta nel mondo se sa contare nel Mediterraneo”.

Infine, il rapporto tra crescita e tutela ambientale.

“Non abbiamo alternative: dobbiamo tenerle insieme”.

Il Mediterraneo soffre per inquinamento, plastiche, reti abbandonate, sversamenti e riscaldamento delle acque, ma la transizione “non può tradursi nella perdita di competitività o nello spostamento delle attività verso Paesi con standard inferiori”.

Servono regole certe, controlli efficaci, innovazione, decarbonizzazione realistica e programmazione dello spazio marittimo.

“Il principio è utilizzare la risorsa mare senza consumarla: tutela e sviluppo sono le due condizioni perché l’economia blu possa creare ricchezza e lavoro nel lungo periodo”.

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