Scrive Michele Serra su la Repubblica: “La notizia che il docufilm Naza mette a fuoco è che le pratiche di sterminio possono contare su un salto di qualità tecnologico e al tempo stesso psicologico.
Il carnefice non solo uccide a distanza, comodamente adagiato nel suo bozzolo digitale.
Ma può anche sostenere, con qualche ragione, che non è lui, ma l’algoritmo a selezionare il bersaglio, a calcolare quante sono le vittime collaterali tollerabili (e l’algoritmo ne prevede tante), a liquidare la carneficina come atto necessario di un “progetto” che ha come fine la messa in sicurezza della propria tribù: e le altre tribù, come da sempre, sono solo problemi da neutralizzare.
Tutte le stragi militari hanno sempre avuto come alibi individuale, per sgravare la coscienza di un peso insostenibile, la frase “ho solo obbedito agli ordini”.
Ma se gli ordini non li dà un generale sanguinario, ma li dà un problem solver digitale, la cui programmazione umana perde visibilità mano a mano che il sistema guadagna autonomia, puoi anche farti l’idea, davanti al tuo video, che sei lì semplicemente per realizzare un punteggio.
Questo dicono, in buona sostanza, tutti o quasi gli intervistati di Naza: che, detto non tra parentesi, non omette un bel niente, non l’oltraggio sanguinario del 7 ottobre, non la memoria della Shoah.
Non è un processo, è un’indagine dentro i pensieri e i sentimenti di chi, in Israele, ha allestito una macchina di sterminio, ucciso bambini, donne, persone innocenti, e lo ha fatto quasi in automatico, con la souplesse terribile che la tecnologia consente.
La guerra è da sempre una macchina.
I soldati ne sono solamente i pezzi di ricambio.
La disumanizzazione del nemico, che diventa solo un bersaglio da incenerire, era bene espressa già a Dresda, già a Hiroshima, e via via a ritroso nei secoli.
Ma è sulla disumanizzazione del carnefice che Naza aiuta a riflettere”.








