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Caro-casa, Spagna in piazza e Italia in silenzio: i numeri di un’emergenza che non fa rumore | L’editoriale di Vittorio Pelligra, economista

A Madrid la Puerta del Sol è invasa da duemila tende, a Roma e Milano le proteste restano circoscritte.

Eppure, conti alla mano, il problema dell’abitare nel nostro Paese non è meno grave.

Migliaia di persone nelle strade, accampamenti nel cuore di Madrid, la Puerta del Sol trasformata in una distesa di duemila tende.

Le proteste degli “acampados” si sono diffuse in tutte le grandi città spagnole: nella sola capitale sono scese in piazza circa 70mila persone.

Non è un fatto isolato.

Già nell’aprile del 2025 una mobilitazione nazionale aveva portato decine di migliaia di spagnoli a manifestare in una quarantina di città.

La casa, in Spagna, è diventata una questione politica nazionale, al punto che si prepara uno sciopero generale.

Vista dall’Italia, la vicenda potrebbe sembrare lontana: gli spagnoli protestano, si potrebbe pensare, perché la loro crisi abitativa è molto più grave della nostra.

Ma, come sottolinea l’economista Vittorio Pelligra in un editoriale pubblicato su Avvenire, i numeri raccontano una storia diversa.

Gli affitti corrono, i salari no

Secondo i dati di Idealista, tra il dicembre 2015 e il dicembre 2024 il prezzo medio richiesto per gli affitti in Spagna è passato da 7,6 a 13,5 euro al metro quadrato: un aumento di quasi il 78%.

In Italia, nello stesso periodo, si è passati da 8,5 a 13,8 euro, con una crescita di poco superiore al 62%.

In Spagna, dunque, i canoni sono effettivamente saliti più che da noi.

C’è però un secondo dato da considerare: quello dei salari.

Secondo l’Ocse, tra il 2015 e il 2024 la retribuzione media annua nominale spagnola è aumentata di circa il 27%, quella italiana di meno del 15%.

La metà.

Mettendo insieme le due variabili, il quadro cambia: il rapporto tra costo della casa e salario è peggiorato in Spagna di circa il 40%, in Italia di circa il 41%.

Più da noi che da loro.

Un esempio concreto aiuta a capire.

Un appartamento di 70 metri quadrati, al prezzo medio richiesto, costava nel 2015 circa 530 euro al mese in Spagna e 595 in Italia.

Nel 2024 si arriva rispettivamente a circa 945 e 966 euro.

Nello stesso periodo lo stipendio medio lordo mensile passa da circa 2.215 a 2.814 euro in Spagna e da 2.405 a 2.762 euro in Italia.

L’affitto teorico di quell’appartamento assorbe oggi il 34% dello stipendio medio lordo in Spagna e il 35% in Italia.

E il rapporto diventa ancora più pesante per chi guadagna meno della media, per i giovani e per chi vive da solo.

Perché in Italia non si protesta

Se questa è la situazione, dove sono le tende italiane?

In Spagna la questione abitativa ha prodotto una reazione collettiva: nel 2025 decine di migliaia di persone hanno manifestato contemporaneamente in circa quaranta città chiedendo la riduzione degli affitti, maggiore stabilità dei contratti e interventi sulle abitazioni vuote e sugli affitti turistici.

In autunno la mobilitazione è ripartita, fino alla richiesta di uno sciopero generale.

Si può essere d’accordo o meno con alcune delle soluzioni proposte, come i tetti agli affitti, che hanno effetti economici controversi, ma è difficile non vedere la dimensione politica che il problema ha assunto.

Anche in Italia le proteste per il diritto alla casa non sono mancate.

A Milano, per esempio, sia nel 2025 sia nel 2026 ci sono state manifestazioni contro il caro-affitti e gli sfratti, e le tende degli studenti davanti al Politecnico ne sono un esempio.

Una stanza all’ex villaggio olimpico trasformato in studentato può arrivare a costare più di mille euro al mese.

Eppure questa situazione non alimenta una protesta collettiva: le contestazioni restano circoscritte e non hanno prodotto nulla di paragonabile alla mobilitazione spagnola.

È forse questo il dato più curioso.

Non protestiamo meno perché il problema economico sia meno grave: rispetto ai salari, il deterioramento è sostanzialmente lo stesso, perfino peggiore.

Una parte della risposta, secondo Pelligra, potrebbe stare nella diversa struttura della proprietà immobiliare e nella maggiore diffusione, in Italia, della casa di proprietà e degli aiuti familiari.

La rana nella pentola

Ma c’è anche qualcosa di più, e riguarda la dinamica.

Un aumento del 5% in un anno può apparire un’emergenza; una perdita di potere d’acquisto che procede lentamente per dieci anni rischia invece di diventare la normalità.

Ci si abitua, a malincuore, ma alla fine ci si adatta.

Si rimanda l’uscita dalla famiglia, si accetta una casa più piccola, ci si sposta più lontano, si chiede aiuto ai genitori, si rinuncia a mettere al mondo un figlio.

Come la rana nella pentola, dove l’acqua si scalda progressivamente fino alla fine: è proprio questo che dovrebbe preoccupare.

L’assenza di protesta, osserva l’editorialista di Avvenire, non è necessariamente un segno che le cose vadano bene.

Talvolta indica, al contrario, che ci si è abituati al peggio.

La possibilità di esprimere pubblicamente il dissenso resta una buona misura della vitalità di una democrazia.

In Spagna il costo della casa è ormai diventato una questione politica nazionale; in Italia continua a essere vissuto soprattutto come un problema privato, da affrontare individualmente o in famiglia.

I numeri, però, raccontano un problema che di privato ha ormai ben poco.

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