Mentre in Francia gli studenti scendono in piazza, in Spagna i giovani chiedono una casa e in Germania orientale tra il 35 e il 40 per cento dei ragazzi tra i 16 e i 25 anni sostiene l’AfD, l’Italia appare sorprendentemente tranquilla.
Una calma che, secondo l’analisi firmata da Beppe Severgnini sul Corriere della Sera del 9 ottobre 2026, ha una spiegazione precisa e poco rassicurante: un silenzioso e colossale passaggio di ricchezza tra generazioni.
Le ragioni ufficiali della tenuta non mancano: interventi governativi, un sistema previdenziale collaudato, una certa resilienza economica.
L’Italia è seconda in Europa e quinta al mondo per installazione di robot industriali, e il Pil nel 2026 potrebbe sfiorare il +1 per cento.
Ma il vero ammortizzatore, osserva Severgnini, è un altro.
Da cinque anni le abitazioni trasmesse per successione superano le 400.000 unità l’anno, mentre sui conti bancari degli italiani giacciono 2.100 miliardi di euro, due terzi dei quali su conti correnti tradizionali.
In sostanza, una generazione ne sta mantenendo un’altra.
Con stipendi da duemila euro al mese non si costruisce una famiglia, e l’aiuto arriva da testamenti, parenti generosi, genitori attenti.
Un equilibrio che però ha una scadenza: i primi baby boomer, nati nel 1946, compiono ottant’anni, gli ultimi ne hanno sessanta.
I trasferimenti di ricchezza continueranno, anzi aumenteranno per qualche tempo, ma non possono diventare una strategia nazionale.
Eppure le alternative non si vedono.
In un Paese dove gli ultraottantenni hanno superato i bambini sotto i dieci anni, la politica continua a guardare indietro.
L’esempio scelto dall’editorialista è il Superbonus: secondo il Ministero dell’Economia è costato allo Stato 174 miliardi, che salgono a circa 220 sommando gli altri bonus edilizi come il Bonus Facciate, cinque volte le stime iniziali.
A trarne vantaggio è stato chi una casa la possedeva già, mentre per i figli il costo delle ristrutturazioni è raddoppiato.
Il danno e la beffa.
Altro segnale di scarsa lungimiranza è l’immigrazione.
A differenza di altri Paesi europei, l’Italia non ha ancora deciso come gestire né chi arriva né chi già vive qui, ormai il 10 per cento della popolazione.
Il governo Meloni sembra tentato dal modello francese, un’integrazione spinta punteggiata da interventi simbolici come il decreto-scuola, che riguarda poche centinaia di bambini e ragazzi.
La sinistra pare invece guardare alla via britannica: convivenza tollerante, incrociando le dita.
La conclusione di Severgnini è netta: la maggior parte degli italiani ha scelto il fatalismo, lasciando che le cose accadano.
Un errore che, ancora una volta, pagheranno i figli.
Basta entrare in una scuola materna o elementare per capire che i più piccoli vivono già con naturalezza in un mondo multietnico.
La domanda resta aperta: perché non organizzarlo meglio, pensando a loro?








