Con la riforma voluta dal governo Meloni il sistema elettorale italiano cambia per la settima volta dal 1993.
E, per la prima volta, potrebbe produrre risultati opposti a seconda di come voteranno gli italiani: una maggioranza netta oppure un Parlamento frammentato, in cui sarebbero i partiti, dopo il voto, a decidere chi governa.
È la tesi del politologo Roberto D’Alimonte, che in un’analisi pubblicata oggi su Il Sole 24 Ore lancia un avvertimento chiaro: dopo quattro anni da Paese più stabile d’Europa, l’Italia potrebbe tornare a essere l’esatto contrario.
Sette sistemi in trent’anni
D’Alimonte ripercorre la lunga stagione delle riforme.
Cinque i sistemi introdotti dai partiti – Mattarellum, Calderoli, Renzi, Rosato e ora Meloni – a cui si aggiungono i due nati dalle sentenze della Corte costituzionale del 2014 e del 2017, che hanno trasformato in proporzionali il Porcellum e l’Italicum.
Tutti misti, ma divisi in due famiglie: da un lato il Mattarellum e il Rosatellum, che combinano collegi uninominali maggioritari e liste proporzionali; dall’altro i sistemi fondati su liste proporzionali e premio di maggioranza.
Un tratto comune li ha però accompagnati: tutti hanno spinto i partiti a coalizzarsi prima del voto.
È stato, osserva il politologo, il segno distintivo della Seconda Repubblica.
Due sistemi in uno
La nuova legge rompe questo schema.
Non è un sistema, ma la combinazione di due.
Il meccanismo è semplice: se la coalizione più votata supera il 42%, ottiene un premio di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, sufficiente a garantire una maggioranza assoluta compresa tra il 52% e il 56%.
Se invece nessuno raggiunge quella soglia, tutti i seggi vengono distribuiti con il proporzionale.
Indicazione obbligatoria del candidato premier, entità del premio, capilista bloccati, sbarramento al 3% e numero di firme per presentare le liste sono aspetti rilevanti, ma secondo D’Alimonte non decisivi.
La vera novità è che il sistema può funzionare tanto in chiave maggioritaria quanto proporzionale.
Solo la sera delle elezioni, dunque, si saprà se gli elettori avranno scelto un governo o se la scelta passerà ai partiti.
Il nodo delle maggioranze impossibili
Per molti questo non è un problema.
Per l’autore sì.
A meno che i sondaggi non fotografino in modo del tutto errato i rapporti di forza, costruire una maggioranza con il 50% più uno dei seggi senza che alcuna coalizione abbia raggiunto il 42% sarebbe un’impresa.
Le maggioranze aritmeticamente possibili sarebbero frammentate ed eterogenee.
Meno frammentata sarebbe un’intesa tra Pd e Fratelli d’Italia, ma – si chiede D’Alimonte – sarebbe davvero praticabile un governo del genere?
Ai sostenitori del proporzionale il politologo ricorda che il vantaggio del maggioritario sta proprio nell’abbassare la soglia di voti necessaria per conquistare la maggioranza assoluta dei seggi, facilitando la nascita di governi in un Paese dove le coalizioni restano comunque frammentate, ma meno di quanto lo sarebbero senza questa “distorsione” maggioritaria.
Il 2027 e le variabili in gioco
Come funzionerà il sistema nel 2027?
La risposta, per D’Alimonte, dipende dalle scelte degli attori politici e in particolare da due fattori: la composizione del centrodestra, con o senza Vannacci, e la capacità di sommare gli elettorati di Pd e Movimento 5 Stelle una volta scelto il leader della coalizione.
Secondo i sondaggi attuali, senza Vannacci il centrodestra sarebbe sotto la soglia del 42%, mentre il centrosinistra allargato a Renzi si collocherebbe poco sopra.
Numeri da prendere con le pinze, avverte l’autore: le variabili sono troppe e c’è ancora una campagna elettorale davanti.
Non si può escludere nemmeno che Conte e Vannacci decidano di correre da soli per far saltare il banco e puntare sul proporzionale.
Un rischio concreto
L’unica certezza, conclude D’Alimonte sulle colonne del Sole 24 Ore, è che il rischio di un ritorno all’instabilità è concreto.
Altro che “Stabilicum”: tutto questo, sottolinea, perché non si è voluto il ballottaggio.
“E adesso godiamoci lo spettacolo”.








