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Nicola Rossi, professore di Economia a Tor Vergata, su inflazione e conti pubblici: “Il vero rischio è l’inflazione, Bruxelles torni a Maastricht”

L’economista avverte: i rincari del gasolio pesano sui costi di produzione e possono innescare un effetto moltiplicatore. Al Governo consiglia prudenza sulla manovra.

L’inflazione torna a far paura.

Non solo perché erode il potere d’acquisto delle famiglie, come evidenziato dall’Istat nei dati relativi al secondo trimestre, ma perché i suoi effetti si estendono ai conti pubblici e, di conseguenza, alla Legge di bilancio che il Governo si appresta ad approvare e a sottoporre alla Commissione europea e al Parlamento.

Come ha sottolineato la premier Giorgia Meloni nella lettera inviata a Bruxelles, ci sono spese indifferibili legate all’andamento dei prezzi, come quelle per le prestazioni pensionistiche: secondo il Documento programmatico di finanza pubblica, l’adeguamento delle pensioni costerà l’anno prossimo circa 15 miliardi di euro.

L’Europa ha già conosciuto una fiammata dei prezzi dopo l’invasione russa dell’Ucraina.

Perché oggi il quadro appare più problematico?

Lo ha spiegato Nicola Rossi, professore di Economia all’Università di Roma Tor Vergata, in un’intervista di Lorenzo Torrisi per Il Sussidiario.net, ripresa da ItaliaOggi.

“In entrambi i casi si tratta di un’inflazione di origine esogena”, osserva Rossi, “ma il punto cruciale è capire se resta un incremento episodico o se può diffondersi nel sistema economico e porre le basi per divenire più duraturo”.

Il rischio, secondo l’economista, è concreto: “Una parte dei rincari riguarda i carburanti, in particolare il diesel, il cui prezzo incide su molti comparti del sistema, dall’agricoltura al trasporto e alla logistica.

Questo può essere un fattore in grado di innescare un moltiplicatore del fenomeno inflativo”.

Regole che perdono significato

Sui conti pubblici, Rossi condivide l’allarme di Palazzo Chigi: le regole della governance fiscale europea fanno riferimento a grandezze nominali che, in una fase di inflazione crescente, “perdono molto del loro significato”.

A ciò si aggiunge che i tassi d’interesse possono recepire le tendenze inflazionistiche, con maggiori oneri per il servizio del debito.

Che le nuove regole, approvate nel 2024, non abbiano tenuto conto di quanto accaduto nel 2022 non sorprende il professore: “Nessun burocrate, per quanto intelligente, e nessun economista, per quanto competente, possono prevedere tutto quello che accade.

Questa ingenuità ci rincorre da tempo”.

Per Rossi le regole originarie di Maastricht, spesso definite “stupide”, erano in realtà “le più intelligenti”: quelle più sofisticate scritte in seguito “sono crollate di fronte a una realtà che nessun economista o burocrate poteva immaginare”.

Non si tratta, precisa, di chiedere flessibilità: il Governo segnala che le nuove regole rischiano di creare problemi non marginali.

“La pretesa della Commissione europea di poter conoscere il futuro è risibile, lo dico con tutto il mio spirito europeista”.

Il valore del 3%

Con Italia, Francia e Germania destinate a sforare il 3% nel rapporto deficit/Pil, quel parametro ha ancora senso?

Secondo Rossi è “l’unico vincolo che ha funzionato dall’inizio del secolo”: corrisponde alla media dei deficit dei Paesi europei negli ultimi 25 anni, parentesi Covid esclusa, ed equivale all’incirca alla media degli investimenti pubblici sul Pil nello stesso periodo.

In altre parole, il deficit è servito a finanziare gli investimenti, mentre la parte corrente è rimasta vicina al pareggio, “che è proprio il risultato che si voleva raggiungere”.

Il superamento italiano del 3%, spiega, deriva dagli accordi presi con Bruxelles, e bisognerà tenere conto di cosa accadrà la prossima primavera nel caso il Paese dovesse uscire dalla procedura d’infrazione.

La Francia, invece, “è in condizioni molto più serie delle nostre, ma pone dei problemi a tutti”: con il debito pubblico ovunque a livelli record e i primi segnali di una possibile crisi legata all’ondata di investimenti nell’intelligenza artificiale, ogni incrinatura in un singolo Paese può diventare un problema serio anche per gli altri.

Manovra prudente, niente marcia indietro

Al Governo Rossi raccomanda “la massima prudenza”.

La manovra, prevede, sarà in linea con le precedenti, “molto prudente, come giusto che sia”.

Non ritiene però necessario rinunciare al taglio dell’Irpef per il ceto medio: gli spazi per un intervento sensato ci sono, ma è opportuno che il ministro dell’Economia “tenga la barra dritta e respinga le richieste spesso e volentieri immotivate che provengono dalla maggioranza”.

Anche per ragioni politiche: nonostante quattro anni di bilancio disciplinato, il consenso non è calato.

Sarebbe quindi “deleterio”, arrivati quasi all’ultimo miglio della legislatura, invertire la rotta dopo che gli elettori hanno mostrato di apprezzare stabilità e credibilità.

Quanto a Bruxelles, Rossi è scettico sul fatto che possa “aprire gli occhi”: dovrebbe capire che inseguire architetture sempre più complicate e “barocche” nella governance fiscale non ha senso, e tornare all’impianto originario di Maastricht.

“La Commissione è già stata smentita quando è stata demolita la governance elaborata dopo Maastricht.

Le burocrazie raramente ammettono di aver sbagliato.

Forse verrà messa una pezza quando sarà troppo tardi”.

La Bce e i mercati

Sulle tensioni nei mercati dei titoli di Stato, l’economista non vede la necessità di un intervento come quello del 2012: la Bce sta mantenendo una politica prudente, attenta alle prospettive inflazionistiche.

“Non credo assolutamente che siamo in una situazione simile a quella di quindici anni fa”, conclude, “anche se i segnali e i rumori che arrivano soprattutto dagli Stati Uniti sono tali per cui l’attenzione va tenuta al massimo livello”.

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