A Milano le buste paga più pesanti della regione, ma in dieci anni il caro vita è salito del 22%, quasi il doppio dei salari.
Brescia, Varese e Lodi le province che hanno perso meno potere d’acquisto
Milano resta la capitale italiana degli stipendi, ma paga a caro prezzo il costo della vita.
A prendersi la rivincita in Lombardia sono invece Brescia, Varese e Lodi: qui le retribuzioni sono in media più basse, pur restando tra le più alte a livello nazionale, ma negli ultimi dieci anni l’inflazione ha pesato per meno della metà, erodendo meno i salari reali.
A tracciare la mappa lombarda è il Geography Index dell’Osservatorio JobPricing, che analizza l’andamento delle retribuzioni nelle province italiane, come riporta Il Sole 24 Ore Lombardia.
La Lombardia si conferma la regione con le buste paga più elevate: 36.331 euro di retribuzione media, con una crescita del 4,5% nel 2025.
Ma tra il 2015 e il 2025 i salari sono saliti complessivamente del 12,2%, a fronte di un’inflazione del 21,1%: il risultato è una perdita media dell’8,9% del potere d’acquisto, che a Milano sfiora il 10%.
La classifica delle province
Milano occupa stabilmente il gradino più alto del podio, con una Retribuzione globale annua (RGA), comprensiva di bonus e incentivi, di 40.055 euro.
Seguono Monza Brianza (35.110), Varese (34.807), Brescia (34.061), Lodi (33.621), Bergamo (33.596), Cremona (33.559) e Como (33.556): otto province lombarde nelle prime venticinque posizioni nazionali.
Chiudono la graduatoria regionale Lecco (33.043), Sondrio (31.189), Mantova (31.108) e Pavia, con 30.480 euro di busta paga media, al 62esimo posto tra le 105 province italiane.
Consolidato anche il trend di ripresa degli stipendi: nel 2025 la crescita è stata del 4,3% a livello nazionale, superiore al +3,1% dell’anno precedente, e in Lombardia del 4,5%, sebbene distribuita in modo non uniforme.
“A sostenere la ripresa dei salari regionali ci sono una dinamica domanda-offerta vivace, un tasso di disoccupazione sceso ai minimi storici, oltre che una notevole difficoltà delle imprese nell’attrarre nuovo personale”, spiega Matteo Gallina, responsabile dell’Osservatorio JobPricing.
La corsa dei prezzi
Una corsa che però non basta a colmare la fiammata dei prezzi seguita allo scoppio della guerra in Ucraina.
Se è vero che Milano ha le retribuzioni più alte, trainate soprattutto dai settori bancario e farmaceutico, è anche la provincia in cui il caro vita si è fatto sentire di più.
Dal 2015 gli stipendi milanesi sono cresciuti del 12,3%, mentre l’inflazione è salita del 22,2%.
“Dopo un periodo sostanzialmente stabile, dal 2022 qualcosa si è mosso.
Il Sud ha beneficiato di più dei rinnovi dei contratti collettivi, ma nell’ultimo anno hanno ripreso a correre anche gli stipendi delle regioni del Nord.
La Lombardia compresa, dove era il mercato a muovere perché c’è domanda e offerta e perché le persone si spostano di più”, prosegue Gallina.
“Nonostante questo, non si è riusciti ad assorbire la fiammata dell’inflazione tra il 2022 e il 2023, e difficilmente si riuscirà ad annullare il gap anche in una regione come la Lombardia”.
Chi perde meno e chi perde di più
A Brescia gli stipendi sono cresciuti del 16,8% contro un’inflazione del 20,8%: la perdita di potere d’acquisto si ferma a circa il 4%.
Varese, con salari in aumento del 17,6% e prezzi del 21,8%, registra un gap del 4,2%.
Ancora meglio Lodi, dove le buste paga sono salite del 17,8% e l’inflazione del 20,1%, lasciando sul terreno appena il 2,2%.
Cremona si attesta a -5,2% e Como a -4,5%, mentre Bergamo perde il 7,5%.
La maglia nera va a Lecco, con una perdita di potere d’acquisto del 12,4%, a Monza Brianza (-11,9%) e Sondrio (-11,7%), e soprattutto a Pavia (-15,2%) e Mantova, dove il salario reale è calato del 17,2%: qui le retribuzioni sono cresciute appena del 3,6% in dieci anni.
“Le province lombarde sono rappresentanti di territori molto diversi”, spiega Gallina.
“Milano ruota attorno al commercio e ai servizi, Pavia ha un’alta incidenza dell’agricoltura, attrave pesano i contratti metalmeccanici.
Senza contare che province come Como e Varese risentono della vicinanza della Svizzera.
A Milano, poi, il mercato si era fermato di più.
Anche perché in settori redditizi per tradizione come bancario e farmaceutico, oltre che nelle grandi aziende, le logiche di contrattazione individuale sono molto più spinte”.
Quadri e impiegati i più penalizzati
Non solo i territori: anche i profili professionali hanno vissuto il decennio in modo diverso.
In Lombardia, a fronte di un’inflazione del 21,1%, gli stipendi dei dirigenti sono cresciuti appena dell’1,5%, quelli dei quadri dell’11,6%, degli impiegati del 10,5% e degli operai del 14,2%.
A Milano, per uno stipendio da dirigente, il caro vita in dieci anni ha comportato una perdita di potere d’acquisto del 21,1%.
In sofferenza anche quadri e impiegati, che hanno visto erodere rispettivamente l’11% e il 12% di quanto guadagnano.
Resta pesante, poi, l’8,4% di potere d’acquisto perso nel capoluogo dalla classe più bassa degli stipendi.
“C’è da aggiungere – conclude Gallina – che in Lombardia c’è ancora un’alta mobilità: non sempre chi lavora e guadagna a Milano poi vive a Milano”.
Che, fatto salvo il caro benzina, potrebbe aver fatto bene al portafoglio.








