Mezzo milione di laureati persi in vent’anni e 17mila studenti che ogni anno scelgono gli atenei del Nord. Il Rapporto “Le leve della crescita” curato da Roberto Garofoli indica la strada: Zes, fondi, Lep, coesione, Alta velocità e aree interne.
Nel Paese più duale d’Europa, il Pnrr ha inserito la coesione tra gli obiettivi “trasversali”, comuni a tutte le missioni e a tutti gli interventi.
E i risultati, almeno sulla carta, sono arrivati: tra il 2021 e il 2024 il Mezzogiorno ha registrato una crescita cumulata dell’8,5%, contro il +5,8% del Centro-Nord.
L’occupazione è salita dal 42,7% al 50,2%, grazie a circa 500mila nuovi occupati, e gli investimenti sono cresciuti più che doppio rispetto al resto del Paese.
È proprio su questo terreno che si gioca una delle sfide centrali per “rendere strutturale l’eredità del Pnrr”, tema al centro del Rapporto “Le leve della crescita”, curato da Roberto Garofoli con il supporto dell’Anci e presentato con gli interventi del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, dell’ex commissario Ue all’Economia Paolo Gentiloni e del presidente dell’Anci Gaetano Manfredi.
Come riporta Il Sole 24 Ore, la ragione è semplice: senza il Sud, l’obiettivo di dare al Paese ritmi di crescita adeguati a non disperdere la spinta del Piano diventa chimerico.
Le tre “leve” individuate sono il sostegno alla produttività, l’intreccio tra coesione sociale e salute economica e la modernizzazione delle istituzioni.
Tutte richiedono una declinazione su misura per un Sud che restituisce, in forma amplificata, molti dei deficit strutturali dell’Italia.
L’emorragia di capitale umano
Il Rapporto parte dai numeri.
Accanto agli sviluppi positivi, ci sono i 500mila laureati fuggiti dal Mezzogiorno in vent’anni (tra il 2002 e il 2022), con una perdita economica stimabile in 116 miliardi di euro, e un esodo che non si ferma: ogni anno circa 17mila studenti meridionali si iscrivono a un’università del Centro-Nord.
È un’emorragia che lascia un territorio emaciato, dove accanto a isole di eccellenza vive uno spopolamento che riguarda il 90% dei Comuni delle aree interne.
Le scuole perdono studenti a un ritmo più che doppio rispetto al Nord (-9% tra il 2017 e il 2023), la precarietà è doppia rispetto alle altre aree del Paese e la sanità arranca: quasi tutti i 15 ospedali di prima fascia si trovano altrove, mentre la prevenzione di base resta debole.
Le sei mosse
Ma il declino non è un destino, a patto di consolidare le lezioni del Pnrr.
Il primo strumento è la Zes unica, che ha favorito l’attivazione di 11 miliardi di investimenti e ora deve concentrarsi sulle filiere strategiche dei singoli territori e sul capitale umano qualificato, offrendo occasioni per restare e rafforzando l’integrazione tra imprese, Its, università e ricerca.
La stessa impostazione dovrebbe guidare la “clausola del 40%” sui fondi: un vincolo del Pnrr che, secondo il Rapporto, deve superare la sua connotazione puramente contabile per legarsi ai reali fabbisogni delle diverse aree del Sud.
Sui livelli essenziali delle prestazioni (Lep), l’attenzione andrebbe spostata dagli input – personale, fondi, strumenti – ai risultati, sviluppando una politica di coesione orientata su obiettivi comuni e verificabili.
In questo disegno, una legge quadro sulla logistica avrebbe il compito di irrobustire l’ossatura di un territorio in ripresa, con tempi certi e poteri concentrati in un commissario unico per l’Alta velocità: Roma-Bari in due ore, Roma-Reggio Calabria in tre, Napoli–Taranto in due, Palermo–Catania in un’ora.
L’obiettivo è collocare il Sud al centro di una rete logistica capace di collegare anche le aree interne.
Strumenti coordinati, che lavorano insieme verso un unico traguardo: creare le basi per una ripresa strutturale del Mezzogiorno e, con esso, dell’intero Paese.








