Dal 1900 a oggi solo 21 premi al nostro Paese, contro i 425 degli Stati Uniti. Ma il capitale umano c’è: il problema è trattenerlo
È la stagione dei Nobel.
Le assegnazioni si chiuderanno il 12 ottobre con il premio per l’Economia, mentre le cerimonie di consegna si terranno il 10 dicembre, anniversario della scomparsa di Alfred Nobel.
In Svezia è quasi una festa nazionale: il Re consegna i premi, i vincitori tengono i loro discorsi, la gente applaude per le strade.
Una celebrazione del sapere e un omaggio alla scienza pura che, almeno per un giorno, sembra far dimenticare nazionalismi e tensioni.
Eppure un po’ di sana competizione tra Paesi emerge anche qui.
Come osserva Fabrizio Galimberti in un commento pubblicato sul Sole 24 Ore, sul web circolano numerose classifiche che suddividono i premiati per nazionalità.
Il primo Nobel italiano risale al 1905, con Giosuè Carducci per la Letteratura, quando al governo c’era Giovanni Giolitti; l’ultimo è del 2021, con Giorgio Parisi per la Fisica, durante il governo di Mario Draghi.
Il dominio americano
Secondo le elaborazioni del Sole 24 Ore su dati Nobel.org e Fondo monetario internazionale, gli Stati Uniti fanno la parte del leone: dal 1900 a oggi hanno conquistato 425 premi, un primato che testimonia l’attrattività del sistema universitario e dei centri di ricerca americani, nonostante le recenti pressioni dell’amministrazione Trump sugli atenei.

Il Vecchio continente però si difende: considerato nel suo insieme, l’Europa arriva a 571 riconoscimenti, ancora prima dei premi annunciati in questi giorni.
Tra i singoli Paesi spiccano il Regno Unito con 144 premi, la Germania con 116 e la Francia con 78.
E l’Italia?
Nella classifica dei primi dodici Paesi si colloca al 12° posto, la stessa posizione che occupa nella graduatoria del Pil a parità di potere d’acquisto.
Nessun ritardo particolare, dunque.
Anzi, se il numero dei premi viene rapportato al Pil pro capite, la Penisola sale al 9° posto.
La fuga dei cervelli
Tutto bene, allora?
Non proprio.
Dei 21 Nobel italiani, sei riguardano studiosi che nel dopoguerra sono andati a lavorare e insegnare in America.
Un esodo che si è ripetuto negli ultimi decenni anche a livelli inferiori rispetto alle eccellenze da Nobel: chi segue la ricerca scientifica nota spesso quanti italiani operano all’estero.
Il capitale umano, quindi, c’è ed è di ottima qualità.
Ma non basta: va coltivato.
Galimberti richiama Dante: “Ma tanto più maligno e più silvestro / si fa ‘l terren col mal seme e non cólto, / quant’elli ha più di buon vigor terrestro”.
Che i giovani facciano esperienza accademica e di ricerca fuori dall’Italia è positivo; il problema è il mancato ritorno.
È una perdita secca per il Paese, che ha investito risorse pubbliche nella loro formazione e poi non beneficia del valore aggiunto che questi “emigranti” potrebbero portare.
Molti sono scoraggiati da lacci e lacciuoli: problemi di finanziamento dei dottorati, con una spesa in quota di Pil inferiore a quella degli altri Paesi avanzati; baronie universitarie e scarsa meritocrazia; ostacoli burocratici nell’assegnazione dei fondi alla ricerca.
Segnali di miglioramento
Qualche passo avanti, va riconosciuto, c’è stato.
Nelle classifiche internazionali degli atenei, dai Politecnici del Nord alla Sapienza fino alla Federico II di Napoli, le università italiane hanno guadagnato posizioni, così come in quelle sui migliori ospedali.
Ma molto resta da fare: le distanze tra i 21 Nobel italiani e i 144 britannici, i 116 tedeschi e i 78 francesi restano molto più ampie di quelle registrate in altri indicatori, dallo sport all’economia, dalla finanza alla qualità della vita.
In un’economia e in una società in cui il ruolo della conoscenza cresce sempre di più, conclude Galimberti, il rispetto per la scienza e l’assegnazione di risorse adeguate diventano fondamentali.








