Analisi, scenari, inchieste, idee per costruire l'Italia del futuro

Di fronte alla Cina, l’Unione europea deve reagire al deficit commerciale da 360 miliardi e al rischio di dipendenza | L’editoriale di Le Monde

Bruxelles sceglie la linea dura su un deficit commerciale da 360 miliardi di euro l’anno. Ma per Le Monde la fermezza avrà un prezzo, e i governi europei devono prepararsi a pagarlo.

L’Unione europea ha scelto la fermezza di fronte allo squilibrio delle sue relazioni commerciali con la Cina.

È questa la lettura che il quotidiano francese Le Monde dà, in un editoriale, della recente missione a Pechino del commissario europeo al Commercio, Maros Sefcovic.

Nei suoi due giorni di colloqui, Sefcovic ha cercato di convincere gli interlocutori cinesi della determinazione dei Ventisette ad affrontare un deficit commerciale di 360 miliardi di euro l’anno, ormai diventato “insostenibile”.

Pensare che questo cambio di tono basti a piegare le posizioni cinesi sarebbe però ingenuo, avverte Le Monde.

Per Pechino, ridurre la sovracapacità produttiva e frenare le esportazioni significherebbe indebolire un modello che è condizione stessa della stabilità del regime.

Nulla lascia pensare che la Cina sia pronta a modificarlo in profondità: al massimo potrà concedere qualche aggiustamento.

Dal canto suo, Bruxelles non può più limitarsi a stilare l’elenco delle proprie lamentele senza reagire.

Per anni gli europei, sostenitori del libero scambio e del multilateralismo, hanno cercato di evitare lo scontro.

Il rapporto di forza diventa ora un’ipotesi apertamente assunta.

La svolta di Berlino

La Germania, più attenta a preservare i propri interessi commerciali in Cina, finora era stata la più reticente.

Appena due anni fa Berlino si opponeva ancora all’introduzione di dazi europei sulle auto elettriche cinesi, per timore di ritorsioni.

Ma il cancelliere Friedrich Merz ha appena cambiato rotta.

In una lettera firmata insieme a Emmanuel Macron, chiede alla Commissione di dotarsi di nuovi strumenti, in particolare di un meccanismo che consenta di escludere dal mercato europeo un Paese terzo che falsa la concorrenza.

Questo ribaltamento tedesco, osserva il giornale parigino, dice molto della gravità della situazione.

Per gli industriali europei il rischio non è più soltanto quello di perdere sbocchi in Cina.

L’ondata di esportazioni cinesi sta ormai destabilizzando il mercato interno e le capacità produttive europee, mentre le dipendenze si accumulano nei settori strategici.

Le carte in mano all’Europa

In questo confronto, l’Ue ha argomenti da far valere.

Il suo mercato da 450 milioni di consumatori è più che mai indispensabile alle imprese cinesi per smaltire i loro prodotti: il Paese è schiacciato dalla sovracapacità industriale, e il mercato americano si è chiuso.

Questa leva, però, può funzionare solo se Pechino sarà convinta che l’Europa è davvero pronta a passare all’azione.

Finora le esitazioni europee ne hanno intaccato la credibilità, ed è vitale ristabilirla.

Una fermezza che ha un costo

Instaurare questo rapporto di forza non sarà privo di conseguenze.

La Cina dispone di potenti strumenti di ritorsione: le restrizioni sulle terre rare imposte nel 2025 hanno mostrato quanto l’industria europea sia vulnerabile ad alcune dipendenze.

Interi settori potrebbero soffrire, e alcuni Stati membri hanno più da perdere di altri.

Per questo, sottolinea Le Monde, i leader europei devono preparare le loro opinioni pubbliche all’idea che la fermezza ha un prezzo.

Un messaggio che potrà essere ascoltato solo a condizione di convincere che l’inazione non è più un’opzione: restare fermi spingerebbe l’Ue lungo una china pericolosa, quella di una dipendenza industriale e tecnologica che riduce progressivamente la libertà di decisione europea.

È questa la vera posta in gioco del prossimo Consiglio europeo, chiamato a dare alla Commissione i mezzi per una risposta proporzionata, mirata e credibile, evitando al tempo stesso un’escalation in cui i due partner avrebbero molto da perdere.

SCARICA IL PDF DELL'ARTICOLO

[bws_pdfprint display=’pdf’]

Iscriviti alla Newsletter

Ricevi gli ultimi articoli di Riparte l’Italia via email. Puoi cancellarti in qualsiasi momento.

Questo sito utilizza i cookie per migliorare l'esperienza utente.