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Neet: tirocini e bonus non bastano, l’Italia rischia di perdere i giovani più fragili | L’analisi

Dietro l’etichetta dei “Neet” non ci sono ragazzi sdraiati sul divano, ma bisogni molto diversi. Per Pietro Galeone, dell’IEP Bocconi, le politiche attive devono offrire percorsi su misura.

Con la fine dei fondi Pnrr che hanno finanziato il programma nazionale di politiche attive Gol, ministero e assessorati regionali stanno lavorando alle nuove misure per il lavoro.

In questa fase, secondo Pietro Galeone, responsabile dell’Unità lavoro e politiche sociali dell’IEP Bocconi, intervenuto su Affari & Finanza di Repubblica, una priorità spesso data per scontata dovrebbe acquistare più peso: l’occupazione giovanile, decisiva in un periodo di declino demografico.

Meno nascite oggi vogliono dire, tra vent’anni, meno lavoratori e una base contributiva più ristretta, chiamata a sostenere pensioni, sanità e assistenza per una popolazione sempre più anziana.

Per Galeone non conta solo quanti giovani ci sono, ma quanti il Paese riesce a mettere nelle condizioni di lavorare stabilmente, in modo produttivo e con tecnologie competitive.

Pesano anche il livello dei salari e la qualità del lavoro, che rendono attrattivo restare.

L’Italia continua invece a sprecare una risorsa sempre più scarsa: ha il tasso di inattività under 40 più alto dell’Unione europea, insieme a uno dei tassi di istruzione terziaria più bassi e a un’emigrazione giovanile preoccupante.

Un’etichetta che nasconde realtà diverse

L’acronimo Neet indica chi non è inserito in percorsi di studio né di lavoro, una classifica in cui per anni l’Italia è stata ultima in Europa.

Grazie a politiche mirate come Garanzia Giovani e, soprattutto, a un mercato del lavoro favorevole, il Paese non è più il peggiore, ma resta vicino al fondo.

Il termine, osserva Galeone, viene troppo spesso associato all’immagine del giovane pigro.

In realtà comprende situazioni molto diverse: i disoccupati in una breve transizione tra un impiego e l’altro, i giovani con disabilità che faticano a trovare lavoro, i neolaureati che partono per un periodo di viaggio o volontariato all’estero, le giovani madri che lasciano il lavoro per prendersi cura dei figli in mancanza di servizi per l’infanzia.

Ognuna di queste categorie avrebbe bisogno di interventi specifici.

Le politiche per i giovani in Italia, invece, si sono limitate a tirocini sussidiati o bonus per l’assunzione, senza distinguere tra profili diversi e senza affrontare gli ostacoli concreti che li tengono lontani dal lavoro.

I numeri della ricerca

È il cuore di una ricerca condotta da Galeone con Tito Boeri ed Edoardo Cattaneo.

I Neet attivi, cioè disponibili a lavorare o in cerca di un impiego, e quelli inattivi seguono percorsi molto diversi: tra il 2014 e il 2019 ogni anno trovava lavoro il 25-29% dei primi, ma solo il 16-19% dei secondi.

Per le donne inattive la situazione è ancora più difficile: trova un’occupazione solo il 12%, contro il 22% degli uomini.

Dietro questi dati non c’è pigrizia, ma ostacoli che le politiche del lavoro spesso non riconoscono.

I giovani occupati con una salute mentale precaria, per esempio, hanno più probabilità di diventare Neet l’anno successivo.

Circa un terzo degli under 30 riferisce un disagio mentale, quota che sale al 42% tra i Neet: un dato che i servizi per il lavoro non possono ignorare.

Un’altra barriera è il lavoro di cura.

La nascita di un figlio aumenta di quasi dieci punti la probabilità che una giovane donna diventi Neet inattiva, mentre per gli uomini l’effetto è nullo.

È il risultato di servizi per l’infanzia insufficienti, costi elevati e responsabilità familiari distribuite in modo squilibrato tra i generi.

La lezione di Garanzia Giovani

Ostacoli simili non si superano con un corso di formazione o un’offerta di tirocinio.

Garanzia Giovani, principale politica attiva giovanile tra il 2014 e il 2020, ha funzionato quando all’iscrizione è seguita un’offerta concreta, che in oltre la metà dei casi è stata un tirocinio.

Ma, si chiede Galeone, a cosa serve un tirocinio a una madre che non sa a chi lasciare il bambino?

Così proprio i più fragili sono stati raggiunti meno dalle misure pubbliche: la probabilità di ricevere un’offerta era più bassa di circa 4 punti percentuali per chi aveva figli piccoli e di 15 punti per chi presentava una probabilità stimata di disagio mentale.

Una politica pensata per i giovani più fragili ha finito per selezionare i meno fragili.

Percorsi personalizzati

Per questo l’esperienza di Garanzia Giovani è preziosa per le nuove politiche.

Secondo Galeone bisogna evitare di replicare linee “giovani” valutate solo sul numero di prese in carico, corsi e tirocini.

L’età non definisce una categoria omogenea: barriere diverse richiedono soluzioni diverse.

Servono percorsi personalizzati e nuovi strumenti di misurazione, capaci di valutare il superamento degli ostacoli, l’effettivo ingresso nel lavoro e non solo la presa in carico, la qualità del contratto e la durata dell’occupazione nel lungo periodo.

È la direzione indicata anche dalla prima Strategia europea contro la povertà, adottata a maggio.

Un inserimento per pochi, intermittente o in lavori poveri, conclude Galeone, non costruisce autonomia e non attiva davvero i giovani: la qualità dell’impiego non è un lusso separabile dalla quantità, ma è parte della soluzione al problema demografico e lavorativo.

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