L’evoluzione demografica e le sue cause
Dall’Unità a oggi la popolazione residente in Italia è più che raddoppiata, nonostante la riduzione dell’ultimo decennio: ai confini attuali, si è passati da circa 26 milioni nel 1861 a oltre 60 nel 2014, scendendo a poco meno di 59 milioni nel 2025.
La natalità inizia a calare già nei primi decenni post-unitari, ma la diminuzione della mortalità (soprattutto infantile) indotta dai progressi nella medicina ha garantito per oltre un secolo tassi di crescita naturale superiori all’8‰, nonostante le contrazioni nei periodi bellici; nel dopoguerra la mortalità raggiunge però un’incidenza stabile (a fronte di una popolazione progressivamente più anziana) e dagli anni ’90 il saldo naturale inizia a essere negativo, in misura sempre maggiore, in ragione di una natalità sempre più bassa che non riesce a compensare la mortalità.
I flussi migratori con l’estero dall’Unità a oggi hanno mitigato l’effetto della dinamica naturale sulla crescita demografica, per oltre un secolo con l’emigrazione (contribuendo al benessere di chi restava attraverso le rimesse) e negli ultimi decenni con l’immigrazione.
Con 1,18 figli per donna l’Italia è nel 2024 tra i Paesi europei con la fecondità più bassa e con un calendario delle nascite tardivo (32,6 anni l’età media al parto); tra il 2004 e il 2024 in Italia come nella grande maggioranza dei Paesi dell’Ue27 la fecondità è diminuita, e in tutti è sotto la soglia di rimpiazzo generazionale.
Con poche eccezioni, nel triennio 2023-2025 la crescita naturale della popolazione nei Paesi dell’Ue è negativa, mentre i saldi migratori sono positivi.
L’invecchiamento
La riduzione della mortalità e della natalità hanno determinato un progressivo invecchiamento della popolazione.
Al Censimento del 1861 oltre un terzo dei residenti aveva meno di 15 anni e gli ultrasessantacinquenni rappresentavano solo il 4,1%; nel 2024, i più giovani sono scesi a meno del 12% mentre gli anziani costituiscono un quarto dei residenti; contestualmente, tra il 1861 e il 2024 l’età media della popolazione è salita da 24 a 46,9 anni (47,1 a inizio 2026) e la speranza di vita alla nascita da poco meno di 30 anni fino a 83,7.
Le donne oggi presentano un vantaggio di sopravvivenza sugli uomini pari a circa quattro anni, dopo essere pervenuto a un valore massimo di circa sette nel 1979.
Questi aspetti possono essere osservati più nel dettaglio attraverso la piramide della popolazione per età e sesso: al Censimento del 1931 la forma è triangolare, tipica delle società giovani, con base larga (elevata natalità) e punta stretta (alta mortalità e speranza di vita contenuta), con un restringimento per la classe 10-14 anni dovuto alla contrazione delle nascite durante la Grande guerra.
Quarant’anni dopo, nel 1971, la base della piramide si riduce e la distribuzione presenta diverse irregolarità: la coorte 0-4 anni è meno numerosa di quella 5-9enni, figli del Baby boom, e anche la coorte 25-29, nata in prevalenza durante la seconda guerra mondiale, risulta meno folta rispetto alle coorti che l’hanno preceduta e seguita.
Nel frattempo, il restringimento già osservato per la classe di età 10-14 del 1931 si è spostato tra i 50-54enni.
Nei decenni successivi, per il calo delle nascite, la piramide si restringe ulteriormente alla base, mentre si allarga il corpo centrale per effetto delle generazioni più numerose del Dopoguerra, fino ad assumere la forma attuale a urna, con le coorti più numerose tra i 50 e i 60 anni, la crescita degli ultraottantenni e il contributo femminile prevalente nelle età anziane.
Migrazioni, urbanizzazione e territorio
Dopo essere stato per oltre un secolo un Paese di emigrazione, dagli anni Novanta l’Italia è divenuta meta di consistenti flussi migratori provenienti in prevalenza dall’Europa orientale, dal Nord Africa e dall’Asia.
A seguito delle regolarizzazioni intercorse tra la metà degli anni ’90 e il primo decennio degli anni 2000, nonché sotto la spinta dell’allargamento a Est dell’Unione Europea del 2007 (Romania e Bulgaria), la presenza degli stranieri emerge con forza già al Censimento del 2011 e nel 2023 raggiunge i 5,1 milioni di individui, ai quali si sommano quasi 1,9 milioni di nuovi cittadini per naturalizzazione.
Al 1° gennaio 2026 gli stranieri residenti sono 5,6 milioni (9,4% della popolazione), mentre sono leggermente diminuite le naturalizzazioni (poco sotto le 200mila nel 2025), anche per i vincoli introdotti all’acquisizione di cittadinanza da parte dei discendenti degli emigrati italiani.
Gli stranieri sono ormai una componente strutturale sia nel mercato del lavoro (nel 2025 rappresentavano l’11% degli occupati), sia sul piano demografico, mitigando la contrazione della popolazione soprattutto nelle classi di età giovanili e adulte.
La presenza straniera è concentrata nel Centro-Nord (più dell’83%), con un’incidenza sui residenti pari all’11% contro meno del 5% nel Mezzogiorno; l’immigrazione dall’estero e i movimenti migratori interni tra il 1951 e il 2024 hanno contribuito all’aumento di quasi quattro punti percentuali delle quote di popolazione residente del Nord-Ovest e del Centro, e alla diminuzione dal 37,2 al 33,5% della quota del Mezzogiorno.
Tali andamenti si riflettono anche sui tassi di crescita a livello territoriale, che nel 2025 vanno dal 2,2 per mille al Nord al -3,1 per mille nel Mezzogiorno, mentre al Centro il saldo naturale negativo è compensato dal saldo migratorio.
Parallelamente alla crescita demografica, già dalla fine dell’800 è attivo il fenomeno dell’inurbamento.
Nel 1861 l’Italia era un Paese prevalentemente rurale: quasi metà della popolazione viveva in comuni con meno di 5mila abitanti, mentre oggi vi abita meno del 20%.
Nel 1861 l’unico comune con più di 250mila abitanti era Napoli, ma nei decenni successivi la popolazione delle città maggiori cresce rapidamente e al Censimento del 1931 Roma supera il milione di abitanti, seguita nel 1936 da Milano, nonostante le norme promulgate durante il fascismo che miravano a ostacolare i trasferimenti verso i centri urbani.
Nel Secondo dopoguerra, in pieno miracolo economico, massicci flussi migratori interni spinsero milioni di persone ad abbandonare le aree rurali, in particolare del Mezzogiorno e del Nord-est, contribuendo così alla crescita delle grandi città (Napoli supera il milione di abitanti al Censimento nel 1951 e Torino in quello del 1961), alla nascita delle periferie e alla trasformazione economica del Paese.
A partire dagli anni Settanta, tuttavia, la tendenza subisce un’inversione.
Le grandi città iniziano a contrarsi, lasciando il posto alla suburbanizzazione: molte famiglie scelgono di allontanarsi dai centri urbani per trasferirsi nei comuni del circondario, più tranquilli e dove gli alloggi sono economicamente più accessibili: in particolare, la quota dei centri con oltre mezzo milione di abitanti tra il 1971 e il 2024 si riduce dal 15,5 al 12%, ma i residenti nelle Zone urbane funzionali di tali centri crescono fino a 16,3 milioni, quasi il 28% del totale, e nel complesso in Italia circa il 35% della popolazione risiede in aree ad alta densità abitativa.
Dall’Unità a oggi – in connessione con la crescita demografica, lo spostamento dai centri minori e più recentemente l’espansione delle aree metropolitane – la quota di popolazione dei comuni tra i 20 e i 100mila abitanti è quasi raddoppiata.
Specialmente nel dopoguerra il numero delle città medie tra i 100 e i 250mila abitanti cresce da 14 nel 1951 a 34 nel 2025 (erano 9 nel 1861), e la relativa popolazione passa nello stesso periodo dal 4,2 al 10,7% del totale.








