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Trump scarica Zelensky: il “golpe bianco di Washington” nella crisi ucraina | L’editoriale di Ezio Mauro

L’ex direttore di Repubblica accusa: l’America abbandona un alleato sotto attacco e si schiera con l’aggressore. Ma pesano anche le responsabilità dell’Europa.

Un “golpe bianco in piena regola”, con Vladimir Putin che può permettersi di tacere e aspettare che Donald Trump agisca per suo conto.

È la durissima lettura che Ezio Mauro, in un editoriale pubblicato su la Repubblica, offre dell’ultima svolta nella crisi ucraina: la richiesta del presidente americano che Volodymyr Zelensky si faccia da parte.

Il punto di partenza dell’analisi è il premio Nobel per la pace assegnato a Navi Pillay, la giurista sudafricana che ha guidato l’Alto Commissariato Onu per i diritti umani e la commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite su Israele e Gaza.

Pillay è stata premiata “per i suoi sforzi nel promuovere la pace e il diritto internazionale con eccezionale coraggio e integrità” e per aver garantito “che crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio siano perseguiti”.

Dura la reazione di Trump e Netanyahu, che hanno denunciato “l’odio dichiarato di Pillay verso l’America e Israele”.

“Perché serve coraggio nel dire la verità?”, si era chiesta la stessa Pillay, stupita.

La telefonata con Putin

Secondo Mauro, la vera risposta a quella domanda è arrivata dal presidente americano poche ore dopo la telefonata con Putin, presentata dalla Casa Bianca come “un successo” perché ha sbloccato le forniture di gasolio russo al mercato statunitense, consentendo di abbassare i prezzi dell’energia a poche settimane dalle elezioni di midterm.

In apparenza il Cremlino si accontentava della fine delle sanzioni sul diesel russo e dell’interlocuzione diretta con Washington.

Ma, scrive l’editorialista, la vera posta in gioco era un’altra: la fine di Zelensky, attaccato personalmente da Trump come “il vero ostacolo alla pace” e spinto ad andarsene, come chiede da tempo Putin.

“È arrivato il momento che l’Ucraina abbia un nuovo presidente, un nuovo leader che stringa un’intesa”, ha dichiarato Trump.

“Zelensky non fa mai accordi, avrebbe avuto molte occasioni ma vuole creare problemi.

È meglio che la smetta di colpire le raffinerie russe, danneggiando il mondo e i nostri agricoltori”.

Per Mauro si tratta di un inedito: “l’America che abbandona un Paese alleato sotto attacco, invaso e in guerra, e si schiera apertamente a fianco dell’aggressore”, mentre il Cremlino resta ufficialmente sotto sanzione del mondo occidentale.

Il presidente ucraino, osserva, è ora “nudo, isolato, esposto in patria e fuori”, sotto l’attacco congiunto dei missili di Putin e delle minacce di Trump.

La reazione di Kiev

Zelensky aveva intuito di star perdendo il sostegno americano già venerdì, scoprendo l’accordo sul gasolio negoziato alle sue spalle.

“I regali a Putin non porteranno né pace né alcun beneficio al mondo civilizzato.

Qualsiasi allentamento delle sanzioni senza un accordo di de-escalation è un’evidente debolezza”, aveva reagito.

Ma il vero regalo di Trump a Putin, sottolinea Mauro, era il sacrificio politico del leader di Kiev: l’invito pubblico ad andarsene e “il marchio d’infamia” che lo trasforma da combattente per la libertà del suo popolo in ostacolo alla pace.

Si compie così, secondo l’editoriale, “la vera strategia imperiale di Trump”, che scioglie l’ambiguità di un sostegno all’Ucraina sempre “riluttante, ereditato e non scelto, inevitabile ma sgradito, centellinato e mai convinto”.

Mai prima d’ora, però, Washington era arrivata a chiedere un cambio di leadership a Kiev, realizzando la strategia del presidente russo e “cambiando spalla al fucile”.

I negoziatori impegnati nei colloqui di Miami, con Witkoff, Kushner, gli inviati di Gran Bretagna, Francia e Germania e i rappresentanti di Nato e Ue, si troveranno ora davanti alla sedia vuota di Zelensky, chiedendosi chi parlerà per l’Ucraina, con quale strategia, con quali alleanze e con quale forza.

Le colpe dell’Europa

Mauro non risparmia però l’Occidente.

“La nostra tiepidezza crescente nei confronti della resistenza ucraina ha senza alcun dubbio contribuito a indebolire Zelensky, a isolarlo”, scrive, denunciando un fastidio diffuso “per la guerra altrui pronto a scambiare le ragioni dell’aggressore per le ragioni della pace”.

In questo modo, conclude, gli europei sono stati “comprimari infedeli ai nostri doveri e ai nostri principi”.

Da qui il richiamo finale alla motivazione del Nobel a Pillay: il principio che un mondo senza Stato di diritto è “ingiusto, sconsiderato e disumano” non può valere solo per Gaza, ma deve valere anche per l’Ucraina, obbligando tutti, “e soprattutto la sinistra che innalza la bandiera della democrazia”, a non chiudere gli occhi.

“Ecco quel poco coraggio che serve, nel dire la verità”.

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