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Una guerra per dimenticare | L’analisi di Rocco Cangelosi

Nel giorno dell’attacco all’Iran, il New York Times ha aperto con un titolo eloquente: “Trump’s Case for Iran War Hinges on Flimsy Claims”.

Il sottotitolo non lasciava spazio a interpretazioni: “Le asserzioni dell’Amministrazione sui missili e sulla minaccia nucleare sono false o non provate”.

Una denuncia netta firmata da quattro giornalisti di rilievo, che richiama alla memoria la celebre “pistola fumante” di Colin Powell, quando mostrò al mondo prove poi rivelatesi infondate per giustificare l’invasione dell’Iraq di Saddam Hussein.

Questa volta, però, il presidente Trump non ha nemmeno tentato di esibire evidenze sull’imminenza del pericolo.

In accordo con il premier israeliano Netanyahu, e senza passare dal Congresso, ha autorizzato l’attacco mentre a Ginevra erano in corso colloqui con la delegazione iraniana per cercare un compromesso diplomatico.

L’apertura di un nuovo fronte contro Teheran rischia ora di destabilizzare l’intera regione.

Secondo osservatori e analisti, l’Amministrazione statunitense difficilmente potrà giustificare un dispiegamento militare così imponente senza puntare a un risultato politico di vasta portata: la caduta del regime degli Ayatollah e un cambio di leadership nel Paese.

Ma un obiettivo del genere non può essere raggiunto con un’operazione lampo né con l’eliminazione di una singola figura, come l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei.

Un evento del genere, anzi, può scatenare reazioni imprevedibili nel mondo musulmano, i cui primi segnali di tensione già si avvertono.

Per affrontare una realtà complessa come quella iraniana, ammoniscono gli esperti, servirebbero “boots on the ground”, truppe sul terreno: un’ipotesi che il popolo MAGA rifiuta nettamente.

Le considerazioni del presidente sull’indebolimento della Cina — che, secondo la Casa Bianca, perderebbe importanti fonti di approvvigionamento petrolifero dopo le operazioni Venezuela e Iran — difficilmente basteranno a spiegare l’impatto economico globale che avrebbe la chiusura dello Stretto di Hormuz.

Un blocco del genere è suscettibile di provocare un’impennata dei prezzi del petrolio e un contraccolpo sui mercati internazionali.

Secondo diversi analisti politici, però, la priorità di Trump sarebbe un’altra: spostare l’attenzione dalle difficoltà economiche interne, allontanare il dibattito dallo scandalo Epstein — sempre più vicino a sfiorare ambienti a lui vicini e lui stesso — e preparare il terreno per un possibile ricorso all’Insurrection Act in vista delle elezioni di midterm, che potrebbero rivelarsi particolarmente insidiose per la sua amministrazione.

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