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Lo Spazio pubblico come scuola per educare nuovi comportamenti

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Mai come in questo periodo è stata riconosciuta l’importanza dello spazio pubblico come luogo dove, non solo si manifesta la rete relazionale dei rapporti sociali, ma dove avvengono tutti gli aspetti che caratterizzano l’urbanità: l’economia, i trasporti, il welfare, l’ambiente ecc.

I recenti accadimenti hanno infatti costretto tutti, amministratori, imprenditori e cittadini, a riformulare i normali parametri di impresa e di vita che gravitano attorno alla città e, in particolare, attorno allo spazio pubblico, riportando sul tavolo delle priorità temi e sfide, quali quelle ambientali, digitali ed economiche, già presenti da molto tempo nel dibattito contemporaneo, ma spesso rimandate.

Lo scopo etico dell’architettura è quello di partecipare attivamente alla vita della collettività, influenzandola al fine di beneficiarla e non di esserne un semplice sfondo.

Con essa si tenta di dare nuove soluzioni a problemi noti, individuando un modello di intervento sullo spazio pubblico, basato sugli elementi della permanenza dell’architettura, che possano permettere ai cittadini di avere la corretta percezione degli spazi vissuti. Congiuntamente ai metodi progettuali si devono aggiornare gli strumenti urbanistici in modo tale da mettere in pratica e di realizzare gli interventi sugli spazi pubblici desiderati dalle comunità.

Alla luce del disastro economico conseguente la pandemia, le pubbliche amministrazioni necessitano, dunque, di nuovi strumenti che, con il coinvolgimento di tutta la cittadinanza, abbiano la forza di innovarsi, semplificarsi e di evolversi per divenire più rapidi ed efficienti nel conseguimento degli obiettivi.

Il passaggio dalla conoscenza alla manipolazione dei luoghi, tipico della pianificazione, deve pertanto attraversare una trasformazione che rispecchi quella della società destinata a vivere gli oggetti del suo agire.

L’architettura contemporanea risponde spesso a esigenze temporanee e multifunzionali che tendono a svuotare gli spazi pubblici dei loro significati, nascosti sotto strati di simboli e informazioni. Nel mondo attuale vi è, infatti, un’eccessiva sovrappopolazione di architetture e simboli che hanno reso difficile comprendere le qualità di un luogo dai propri abitanti.

Il carattere di temporaneità dell’architettura odierna rende talvolta tali luoghi troppo densi o scevri di informazioni: in essi risulta spesso impossibile percepire gli elementi tipici che hanno da sempre caratterizzato la città, creando dei vuoti depersonalizzati all’interno di essa, anche nei nuclei storici, dove si è ormai persa l’identità di luoghi, e l’assenza di una cultura architettonica ha avuto come conseguenza l’uso improprio dello spazio. Inoltre, la pluralità di cambiamenti nella società e nella città ha determinato un lento e inesorabile declino degli spazi pubblici, sia dal punto di vista fisico che sociale.

Tuttavia, con il crescente numero di comitati, gruppi e associazioni che si preoccupano della sua custodia, lo spazio pubblico è diventato il bersaglio di azioni sociali che rivendicano il suo valore come un bene comune.[1]

Il progetto per la città contemporanea è, oramai, in modo condiviso, quasi sempre un progetto di confronto. Che sia rispetto ad un patrimonio esistente di valore, o rispetto ad un’archeologia industriale o, ancora, rispetto ad un quartiere residenziale anonimo, il progetto architettonico deve necessariamente fare i conti con un tessuto già sviluppato, consolidato e, sovente, con una sua forte identità, che si tratti di un centro storico o di una periferia.

Ma se promuovere una visione patrimoniale di edifici e spazi pubblici in città storicamente rilevanti per la società e l’economia del paese come grandi poli attrattori di investimenti e mecenatismi può risultare facile, come è possibile attribuire le stesse qualità a centri urbani secondari? O anche a quelle aree urbane non definite “centrali”?

Tutte le città italiane, alcune più di altre, hanno qualcosa da raccontare, hanno un patrimonio inespresso che attende di essere ascoltato. Per riscoprirlo vi è la necessità di educare la cittadinanza all’ascolto, attraverso piccoli interventi, anche generati dal basso, dagli abitanti stessi, che non necessitino di grandi investimenti economici ma che hanno la virtù di mostrare il futuro utilizzando la città come un enorme plastico di studio.

Ripensare oggi un’azione per il patrimonio italiano non può infatti prescindere da un’attenzione a quel tessuto policentrico di città medie e centri di piccola dimensione che non appartengono né alle grandi aree metropolitane, veri e propri attrattori di capitale, né alla costellazione dei piccoli borghi, e che costituisce l’armatura urbana del Paese: città e territori di mezzo, dalla geografia plurale, composti sovente da un centro storico di buona qualità e da una periferia anonima e ripetitiva, abitati da una quota molto significativa della popolazione italiana, in cui ridefinire spazi e ruoli del progetto urbano.

Lo spazio pubblico deve affrontare in prima persona le sfide urbane contemporanee, in particolare quella ambientale e quella digitale. È ormai infatti opinione condivisa quella che vi sia sempre un maggiore scollamento tra lo spazio fisico e lo spazio digitale.

In un mondo sempre più connesso, l’identità digitale, le reti sociali e l’uso delle nuove tecnologie possono essere utilizzate come strumenti che permettano di caratterizzare lo spazio pubblico come luogo di libera espressione per eccellenza.

La connessione tra le reti sociali, l’identità digitale e lo spazio pubblico potrebbe infatti consentire di produrre processi dinamici dove il peso che ricoprirà l’inequivocabile identità digitale di ogni persona faciliterà lo sviluppo di innovativi progetti di hardware sociale.

I luoghi torneranno così a parlare degli abitanti e, conseguentemente, gli abitanti stessi, potrebbero tornare ad interessarsi delle caratteristiche dello spazio fisico che li circonda e che vivono quotidianamente, dove possono ritrovare soddisfatte le proprie esigenze di rimanere contemporaneamente connessi al mondo digitale e a quello delle relazioni fisiche.

Per tale motivo la città media italiana risulta dunque palestra perfetta ove ipotizzare metodi progettuali, in quanto si contraddistingue, rispetto ai grandi poli attrattori, di pochi spazi pubblici di rilevanza extra-comunale o provinciale, ma di una miriade infinita di spazi minori che, come un network, ne compongono la vera struttura portante, tanto entro la città storica, quanto nelle aree suburbane.

Ragionare sulla valorizzazione di un patrimonio pubblico esistente significa ragionare sulla pluralità di attori, di politiche e di scale che intervengono nel riconoscimento di tale bene comune. Riconoscimento che avviene anche grazie ad uno scambio continuo tra scale micro e macro, tra la dimensione del dettaglio architettonico e quella della politica urbana.

Si propone dunque di riportare alla luce il popolare confronto tra il contesto urbano di una città media, con la sua periferia, ricercandone i patrimoni da valorizzare, riqualificare e riscoprire, sia che essi siano di tipo storico, naturale o sociale.

In quest’ottica, il progetto architettonico deve rifuggire dall’auto proclamazione e deve, piuttosto, essere visto come uno strumento che dona qualità ed è in grado di dare voce ad esigenze reali degli abitanti che reclamano senso di appartenenza.

Se fondamentalmente l’urbanistica nasce dal rapporto tra interessi privati e pubblici ed è uno

strumento attraverso il quale si costruiscono mediazioni, nei patti di collaborazione si può dare spazio alle varie energie che vengono investite nella città, energie che spesso si concentrano nello spazio pubblico e stimolano una responsabilità degli abitanti.

Per l’attuazione di interventi sul suolo pubblico vi è la necessità di mettere a sistema economie, competenze e tempo, spesso private. Ma esistono strumenti legali che possono essere utilizzati a tale scopo?

Uno strumento che nell’ambito della rigenerazione urbana e del governo dei beni comuni può contribuire a rendere più agevole ed efficace l’energia prodotta dai comitati e associazioni è sicuramente quello del Trust.

Il trust, infatti, può risultare utile per accelerare i processi, rendendoli più competitivi in termini di efficienza, trasparenza e uso mirato delle risorse. E’ uno strumento efficace e trasparente per il miglioramento della cosa pubblica con risorse private, liberandosi dei lacciuoli burocratici diversamente gravanti e che rendono lunga e complessa ogni iniziativa.

Soprattutto nella trasformazione dello spazio pubblico permette, con risorse private, di prendere in mano la propria città, esprimendosi in maniera diretta e produttiva.

L’enorme versatilità di questo strumento potrebbe dunque sollecitare lo sblocco della realizzazione di opere pubbliche. Infatti lo strumento del trust consente di arricchire il patrimonio dell’amministrazione senza per forza gravarla degli oneri economici collegati alla realizzazione dell’opera programmata riducendone, inoltre, i tempi connessi alla burocrazia.

Affrontare progetti che si occupano sia di una rivalorizzazione di un patrimonio storico e artistico in contesti di pregio che della riscoperta di un patrimonio “minore” in contesti di minor pregio quali le periferie o i distretti produttivi significa esaminare il tema delle opportunità che può offrire lo spazio pubblico in maniera completa. In tal senso i parchi suburbani possono essere visti come un’opportunità progettuale, divenendo delle “palestre” ove effettuare sperimentazioni di tipo giuridico e progettuale.

Come architetto ho avuto modo di esperire (entrambi i contesti, storico e periferico) queste pratiche sia attraverso il progetto di miglioramento dell’accessibilità sul Teatro Comunale di Bologna limitrofo a Piazza Verdi e che da oltre vent’anni alimenta un dibattito sull’uso dello spazio pubblico in città, sia attraverso la realizzazione dell’Opificio Golinelli, Città per la conoscenza e la cultura, ideata attraverso un proficuo dialogo tra la Fondazione Golinelli e Amministrazione.

La Fondazione Golinelli è un esempio italiano di fondazione privata ispirata al modello delle grandi fondazioni filantropiche americane: concretezza, pragmatismo, visione e capacità progettuale la rendono oggi un esempio e una best practice tra le fondazioni del nostro paese. Le sue attività integrano arte, scienze della natura e scienze dell’uomo e mettono in contatto scuola, università, ricerca, mondo dell’impresa e mondo del lavoro. Tutto questo si esprime in un’ottica di responsabilità morale e civile: educare è la chiave per costruire una società migliore e capace di affrontare le complesse sfide che il futuro prossimo ci riserva. 

Tale architettura è stata realizzata appositamente in periferia e si caratterizza come progetto di rigenerazione urbana del patrimonio industriale esistente, prima abbandonato. La città dell’ultimo ventennio si è espansa, vorace, attraverso un consumo illimitato del suolo e sottraendo terreno fertile all’agricoltura. Questo processo, privo di una visione a lungo termine, ha portato ad uno sviluppo urbano frammentato in cui i vuoti urbani sono diventati luoghi dimenticati, di scarto, espulsi dagli usi della società. Sono invece frammenti urbani di città che appartengono ad un tessuto di possibili usi in grado di disdire la fissità del tempo accelerando l’evoluzione di un nuovo senso. L’Opificio Golinelli se ne è assunto la responsabilità ed è divenuto il motore di una rigenerazione assai più ampia innescando, grazie alla sua attrazione, diverse energie private che stanno contribuendo alla trasformazione di quell’area.

Dalla sua apertura la struttura ha moltiplicato le sue presenze e si propone alla comunità internazionale come uno dei più importanti centri di riferimento per l’innovazione a livello europeo.  Tale energia ha spinto essa stessa ad espandersi acquisendo anche l’altra porzione di edificio industriale preesistente e realizzando l’incubatore G-Factor.  

Abbiamo così completato un ecosistema integrato, unico in Italia, con tutte le fasi di una filiera complessa e interconnessa: educazione, formazione, ricerca, trasferimento tecnologico, incubazione, accelerazione e private equity/venture capital.

Contemplare questi spazi all’interno del nuovo sviluppo urbano significa anticipare i grandi temi di ricerca sulla città contemporanea ridefinendo il significato del termine “stato di abbandono” e permettendo una rilettura inclusiva di tali luoghi di interesse pubblico ma realizzati con capitale privato; da significato negativo a significante progettuale, catalizzatore sociale e culturale, pretesto di metamorfosi di usi e di spazi che, una volta ripensati, tornano in vita riutilizzando quello che nelle città esiste già.

Attraverso questa concreta esperienza ritengo che tale modello possa essere applicato e replicato anche sullo spazio pubblico, sia del contesto storico che di quello periferico. Quest’ultimo, principalmente caratterizzato dai cosiddetti “parchi di quartiere”, avrà ben presto un ruolo principale per la città, al pari di ciò che le piazze urbane sono state nei secoli.

La maggiore sicurezza generalmente trasmessa, il rapporto con la natura, la facilità di adattarsi ad ospitare programmi quotidiani od eventi temporanei a costi ridotti oltre che le maggiori possibilità di trasformazione permanente, infatti, rendono il parco un attrattore di opportunità, divenendo, così, una perfetta “scuola” ove poter educare la cittadinanza e i suoi comportamenti alle sfide ambientali, digitali ed economiche attraverso il progetto architettonico.

Riuscire a portare la vita nei parchi, spesso trascurati, utilizzando lo strumento del trust per mettere a sistema in trasparenza risorse materiali, conoscenze e volontariato, sommando sia quelle di origine sia pubblica, sia quelle di origine privata è condizione indispensabile nei futuri processi di trasformazione dello spazio pubblico. La pubblica amministrazione avrà l’opportunità di fare affidamento su nuovi strumenti che, grazie ad un ampio coinvolgimento, aiuteranno ad innovarsi, semplificare e dunque rendere più efficienti e veloci i processi di trasformazione dello spazio pubblico, ossia renderli maggiormente adatti ad accogliere i cambiamenti che stiamo vivendo.


[1] Primo passo fondamentale per la definizione dei beni comuni si trova nei lavori della cosiddetta Commissione Rodotà istituita con decreto del Ministero della Giustizia nel 2007. La Commissione inserisce per la prima volta nella legislazione italiana la categoria del bene comune, sottolineando che: «I beni comuni sono beni di consumo non rivali, ma esauribili, che, indipendentemente dalla loro appartenenza pubblica o privata, esprimono utilità funzionale all’esercizio dei diritti fondamentali e al libero sviluppo delle persone e dei quali, pertanto, la legge deve garantire in ogni caso la fruizione collettiva, diretta e da parte di tutti, anche a favore delle generazioni future». 
Sebbene il lavoro della Commissione rappresenti un primo tentativo di riconoscere il ruolo dei cittadini e l’emancipazione della comunità all’interno della sfera politica e giuridica, le principali criticità sono registrate a causa dell’incapacità delle amministrazioni locali di affrontare il problema nel risolvere nuove regole e politiche.

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