«Un mese fa avevamo posti a iosa. Ora siamo pieni». Così Simone Bianconi, pneumologo e direttore del centro Covid dell’ospedale San Pietro Fatebenefratelli di Roma.
«Di fatto, si fanno delle scelte – spiega in un’intervista al Messaggero -. Noi la terapia intensiva la riserviamo alle persone che possono avere una chance di uscirne». Interpellato sui criteri di una scelta così difficile, afferma: «Decidiamo caso per caso, non è una questione meramente anagrafica. Certo, un ultra-novantenne è veramente anziano. Un soggetto più giovane può avere delle possibilità. Sia chiaro: non è che una persona molto anziana col Covid sia destinata al decesso, ma lo deve avere in una forma lieve, simile a un raffreddore. Se sviluppa una polmonite con un’insufficienza respiratoria grave, le possibilità sono scarsissime».
«Per un paziente di 90 anni o più, è anche una questione di eticità: portarlo in terapia intensiva significa sedarlo e far sì che il respiratore sostituisca il suo apparato respiratorio. Poi tornare indietro è molto difficile».
Secondo la sua esperienza «la variante inglese oltre ad essere sicuramente più contagiosa sembra avere un tasso di aggressività maggiore. A ottobre il 50enne col Covid spesso se la cavava con una forma simile a un’influenza. Ora invece ha molte più possibilità di sviluppare una polmonite con un’insufficienza respiratoria grave. Stiamo ricoverando anche 20enni che hanno bisogno dell’ossigenoterapia. A ottobre non capitava».








