Il reddito di cittadinanza (Rdc) è una misura fondamentale per contrastare la povertà e limitare le spinte all’ampliamento delle ineguaglianze.
Chiunque ritenga che questi obiettivi siano prioritari nell’agenda di politica economica di un moderno paese avanzato (anche per promozione della crescita) dovrebbe essere allarmato dalle intenzioni dichiarate in campagna elettorale dai partiti vincitori sulla necessità di revisionare radicalmente o smantellare un simile strumento.
Un’ulteriore conferma dell’efficacia del Rdc viene dai dati Istat sulle condizioni di vita delle famiglie. I sostegni alle famiglie (tra cui preminente è stato il Rdc) sono risultati decisivi nel 2020 (anno dello scoppio della pandemia) nel contenere il calo del reddito medio netto familiare e, soprattutto, nell’evitare l’ampliamento del divario tra le famiglie più abbienti e quelle più povere che altrimenti si sarebbe verificato.
Inoltre, grazie anche al Rdc la quota delle famiglie a rischio di povertà è rimasta nel 2020-21 stabile ai livelli del 2019: un quarto della popolazione, un livello ancora troppo elevato e fortemente differenziato territorialmente che richiederebbe semmai un miglioramento dell’efficacia dell’intervento.
È incredibile, invece, come le critiche a una misura così importante si basino su deboli evidenze e aneddoti che vengono ripetuti come inconfutabile verità statistica.
Ci sono certamente comportamenti opportunistici che vanno combattuti. Ma tali fenomeni non hanno rilevanza significativa in un mercato del lavoro che nel suo insieme sta funzionando con fluidità, come mostra anche il forte aumento delle dimissioni volontarie decise non certo per passare all’area dell’assistenza, ma per accedere a posizioni migliori.
Il Rdc deve essere modificato sulla base dell’esperienza fatta. Ma in una direzione, delineata dalla Commissione Saraceno, opposta a quella del nascente governo. Occorre prima di tutto abbandonare l’approccio moralistico per cui se sei povero è perché non vuoi lavorare e te ne vuoi approfittare.
È necessario, invece, identificare meglio gli effettivi bisognosi (il che implica l’ampliamento della platea dei beneficiari a una più ampia porzione di stranieri, bestemmia per le orecchie dei prossimi governanti), riequilibrare il sussidio a vantaggio delle famiglie più numerose, eliminare lo scoraggiamento al lavoro dovuto alla elevatissima tassazione implicita (azzeramento del sussidio) quando si accetta un’offerta.
Certo, occorre anche migliorare i controlli ex-ante ed ex-post per ridurre gli abusi, ma è un’ovvietà. Soprattutto si deve slegare il Rdc dal compito di avviamento al lavoro impropriamente assegnatogli per la visione moralistica di cui pure i suoi originari promotori risultavano affetti.
Sono altri gli strumenti per questo scopo. Il Rdc deve “solo” ridurre la povertà e contenere le ineguaglianze anche al costo di qualche abuso, naturalmente da minimizzare.
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