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Santo Biondo, segretario confederale Uil: “Per la Tari vi sono iniquità ed aumenti con un costo medio di 350 euro”

La gestione dei rifiuti, in Italia, “continua a rappresentare una delle più evidenti contraddizioni dei servizi pubblici locali. Da anni, infatti, in molti comuni, si registrano evidenti iniquità territoriali e un costante aumento della TARI (la tassa sui rifiuti), mentre rimangono irrisolte la carenza di impianti di raccolta e trattamento insieme al ricorso allo smaltimento in discarica, con livelli poco soddisfacenti di differenziazione dei rifiuti e recupero delle risorse”.

È quanto segnalato dallo studio svolto dal Servizio Stato Sociale, Politiche Fiscali e Previdenziali, Immigrazione della Uil, diretto dal Segretario confederale Santo Biondo in merito al carico fiscale della Tari sui contribuenti italiani dal 2020 a oggi.

Nel 2025 il costo medio nazionale è di 350 euro.

Il costo maggiore si registra a Pisa con 650 euro medi l’anno a nucleo; a Brindisi si versano 529 euro; a Pistoia 524 euro; a Trapani 521 euro; a Genova 518 euro; a Barletta 517 euro; a Taranto 509 euro; a Agrigento 500 euro; a Napoli 499 euro e a Reggio Calabria 494 euro.

Si paga decisamente meno a La Spezia 180 euro l’anno a nucleo; a Novara e Belluno 204 euro; a Fermo 205 euro; a Brescia 208 euro; a Cremona e Trento 217 euro; ad Ascoli Piceno 218 euro; a Vercelli 220 euro e a Pordenone 222 euro.

Nelle Città Metropolitane, la tassa sui rifiuti pesa per 518 euro all’anno a nucleo a Genova; a Napoli per 499 euro; a Reggio Calabria per 494 euro; a Catania per 483 euro; a Bari per 435 euro; a Cagliari per 412 euro; a Venezia per 385 euro; a Palermo per 373 euro; a Torino per 365 euro; a Roma per 334 euro; a Firenze per 332 euro; a Messina per 315 euro; a Milano per 294 euro e a Bologna per 236 euro.

“Una tassa concepita per coprire i costi di raccolta e smaltimento” – ha commentato Biondo – “si è trasformata in un prelievo, sempre più gravoso, scollegato dal principio di equità fiscale e dai livelli reali di servizio offerti.

In particolare” – ha continuato Biondo – “le forti differenze tariffarie tra territori sono il risultato di scelte politiche sbagliate e di un sistema di gestione dei rifiuti frammentato e diseguale.

Ad esempio, in molte aree, come il Mezzogiorno ma non solo, la cronica carenza di impianti di trattamento e riciclo costringe i Comuni a trasferire i rifiuti fuori territorio, generando extracosti nelle bollette di famiglie e imprese.

In questo contesto, il Pnrr poteva essere un’occasione storica, ma lo stato di attuazione delle misure è ancora disomogeneo e, in molti casi, preoccupantemente lento.

In tali condizioni, nessuna riforma tariffaria potrà produrre effetti reali sulla riduzione della TARI.

Anche strumenti potenzialmente equi come la TARIP, ispirata al principio ‘chi inquina paga’, rischiano di trasformarsi solo in un ulteriore aggravio per i cittadini.

La tariffazione puntuale non può diventare un alibi per trasferire sui cittadini le responsabilità di inefficienze strutturali che spettano alle amministrazioni e ai gestori del servizio.

Inoltre, l’estensione della raccolta differenziata e del porta a porta, senza investimenti in impianti, mezzi, personale e organizzazione rischia di produrre disservizi, conflitti sociali e penalizzazioni economiche per i lavoratori del settore”.

“Occorrono politiche pubbliche di lungo periodo, investimenti strutturali e una governance trasparente e partecipata.

È necessario un monitoraggio costante sull’attuazione del Pnrr, che coinvolga le parti sociali e consenta ai cittadini di verificare se e come le risorse investite stanno producendo benefici concreti.

La gestione dei rifiuti non può continuare ad essere un’emergenza pagata soprattutto da chi ha meno e chiede, legittimamente” – ha concluso Biondo – “bollette più eque, servizi migliori e un sistema ambientale davvero sostenibile e giusto”.

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