Le democrazie sono sempre più caratterizzate da quella che Massimiliano Panarari definisce «l’ondata tecnocratica». E sostiene che «questa alta marea è in corso da parecchio, almeno dalla metà degli anni Settanta del Novecento, con l’avvento della società postindustriale».
«Il nodo, sottolineano alcuni osservatori, è che l’idea di affidare la risoluzione dell’attuale crisi di sistema al paradigma della tecnocrazia, giunta nel frattempo alla sua onda perfetta (per dirla col linguaggio del windsurf), espone delle società sempre più fragili a una tempesta anch’essa perfetta. Il fatto è che» sottolinea su La Stampa «per quanto si possa auspicare un ritorno a una partecipazione politica diffusa, le odierne società complesse e a elevato tasso di sfiducia generale non lo rendono affatto praticabile».
«Per giunta, come si vede in maniera plastica nei cortei No-Pass, la residuale mobilitazione contemporanea si verifica più agevolmente intorno a cause sbagliate (e antisociali), perché congruenti con un contesto nel quale ciascun individuo si costruisce, a dispetto del principio di realtà, la propria personalissima lettura del mondo prêt-à-porter ricorrendo alle infinite fonti non verificate o inattendibili immediatamente a disposizione».
«Ecco perché occorrerebbero molti più saperi (specialistici e non) direttamente all’interno del mondo della politica, che non può compendiarsi esclusivamente nella perenne e ossessiva ricerca del (facile) consenso – e, del resto, è risaputo quanto l’invocazione della legittimazione popolare attraverso il voto venga, a volte, invocata strumentalmente anche per giustificare esiti che indeboliscono le democrazie costituzionali», continua.
«Ci sarebbe pertanto bisogno di molti più “tecnici politici”, o di politici con competenze tecniche profonde, dato che tutte le emergenze contemporanee e le frontiere che stanno cambiando la nostra vita non si affrontano mediante l’improvvisazione o il “bla bla bla” (come tende invece a fare una consistente parte del ceto politico incompetente su queste e altre materie). E dovrebbero essere proprio i partiti e i corpi intermedi a intessere un confronto assiduo e proficuo con esperti, tecnici e studiosi, come già accaduto in varie stagioni del passato».
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