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Novelli (portfolio manager): «La vera crisi inizia adesso e sarà durissima. Il credit crunch delle banche mette a rischio le imprese»

“La fine del lockdown potrebbe indurre a pensare che la crisi provocata dal Coronavirus sia ormai in fase di superamento, ma la  vera crisi inizia quando cominciano a manifestarsi i fallimenti. Negli ultimi due mesi, negli Stati Uniti sono fallite 1.600 aziende al giorno, mentre il credito al consumo si è contratto pesantemente, passando da +15/20 miliardi di dollari al mese a -12 miliardi a marzo, perché nessuno vuole fare più credito ai disoccupati che aumentano in modo esplosivo e che, al di là delle apparenze degli ultimi giorni, hanno portato la disoccupazione USA al 16%-18%. A questo punto, c’e’ il rischio che si verifichi una corporate solvency crisis indotta da una consumer liquidity crisis. Quindi, la crisi comincia adesso”.    

Questo il pensiero di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global  Strategy Fund. L’economia mondiale è arrivata all’appuntamento con il  Covid-19 nella peggiore delle situazioni possibili: le bolle speculative  su credito e equity che circolavano nel sistema attendevano soltanto un  evento scatenante per esplodere.

Attribuire a un virus, e cioè a un fattore esterno, il motivo della crisi che ci attende, vuol dire negare l’evidenza di un modello finanziario ed economico che non regge più,  perché il debito cresce costantemente più del reddito che lo deve  sostenere.    

“Credo che una grande fonte di ispirazione per gestire questa crisi si  potrebbe trovare nella rivisitazione delle politiche del New Deal, dando  ormai per scontato che la presenza dello Stato nell’economia è inevitabilmente destinata a crescere, la tassazione salirà ovunque e la  globalizzazione è ormai sotto attacco da tempo”, sostiene Novelli.    

Negli ultimi dieci anni è stato prodotto tantissimo debito soltanto per  sostenere consumi che i redditi reali non consentivano di fare, in  particolare in Usd, Canada, Uk e Australia, e per fare finanza  speculativa.

Per gli economisti della consensus view è del tutto logico accettare che il 30% dei consumi negli Stati Uniti possano dipendere solo dalla crescita del debito e non dalla crescita dei redditi e che la finanza possa fare leva sull’economia senza limiti e senza controlli, grazie a regolatori che si compiacciono nel vedere i mercati salire senza fine e la propensione al rischio esplodere in continue bolle speculative. 

Ma questo modo di operare fa confondere la differenza che esiste tra  liquidità e solvibilità.    

“La liquidità può essere infinita, ma non è detto che venga indirizzata verso chi ne ha bisogno, se si tratta di soggetti che non sono in grado di restituirla perché non sono solvibili”, sottolinea Novelli.  

“La solvibilità di un sistema dipende esclusivamente dalla propensione al  rischio di chi fornisce credito e molta della liquidità in circolazione  dipende dunque dalla propensione al rischio di banche e investitori. La  crisi avrà un pesante impatto sulla propensione al rischio e quindi sulla  circolazione della liquidità immessa nel sistema e se la liquidità immessa con il quantitative easing non si trasforma in credito in tempi brevi, il sistema subisce un credit crunch”.    

Un esempio plateale è quello del fallimento Lehman Brothers, con il QE  della Fed in piena operatività e con la crisi finanziaria in corso già da nove mesi: con tutta la liquidità che circolava nel sistema Lehman non avrebbe dovuto fallire. Il recente fallimento di Hertz segue lo stesso  schema.    

Gli interventi delle Banche centrali servono allora soltanto per mantenere i soldi degli investitori nel sistema, facendo credere che la liquidià e la solvibilità siano la stessa cosa.

La strategia consiste  nel cercare di mantenere il più possibile tutti investiti, perché la  liquidità degli investitori è molto più grande di quella della Fed: in  realtà, quindi, non è la liquidità della Fed che sostiene il sistema, ma quella degli stessi investitori.    

Le politiche delle Banche centrali dal 2008 in poi hanno trasformato i  portfolio manager in meri cacciatori di rendimento, inducendoli a  trasformare l’attività di investimento in una selezione di attività finanziarie che producessero alti rendimenti senza rischio apparente, nella convinzione che le banche centrali avrebbero prevenuto qualsiasi crisi. Questo meccanismo ha spostato nettamente al rialzo la propensione  al rischio del sistema e ha fatto esplodere il credito speculativo,  consentendo l’emissione di circa 19 trilioni di dollari di obbligazioni da  parte di emittenti che, con i loro ricavi, non riuscivano neppure a pagare  gli interessi passivi sul debito emesso, neanche in una fase di espansione  dell’economia. Se ora molte di queste emissioni faranno default non si potrà certo attribuire la colpa a un virus, ma piuttosto a un sistema  totalmente fuori controllo. A questo punto la banca centrale Usa si è trasformata da “prestatore di ultima istanza” a “compratore di ultima  istanza”, per indurre appunto il sistema a non vendere e rimanere  investito. Ma questo non impedisce comunque i fallimenti.    

La “socializzazione del capitale di rischio”, con soldi facili per fare finanza speculativa ma non per fare investimenti, e la compressione della  sua remunerazione, che ne è una conseguenza, hanno compromesso la  redditività di un capitale che chiede sempre di essere salvato dai rischi  che si prende. In sostanza si può solo comprare senza mai vendere,  perché quando si vorrà vendere, si potrà fare solo con perdite inaccettabili.    

“La finanza populista di Trump, che utilizza l’andamento dell’indice di  borsa per scopi elettorali, non ha prodotto benessere per gli Stati Uniti.  L’aumento dei redditi è indispensabile per sostenere un debito non più  sostenibile con l’emissione di altro debito. La crisi indotta dal  Coronavirus apre una epocale fase di trasformazione dell’economia, che  produrrà alta instabilità fino a quando non si troverà un modello migliore per gestire la crescita”, conclude Novelli.

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