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[Lo scenario] Il nuovo inizio di Mattarella, serve una rifondazione della classe dirigente del Paese

Né incombenza, né penitenza: soltanto la scelta consapevole di un ulteriore atto d’amore e di dedizione civile nei confronti del Paese.

E’ questa l’interpretazione autentica negli ambienti istituzionali e politici della plebiscitaria, e per molti versi commovente, rielezione al Quirinale alll’ottavo scrutinio del Presidente Sergio Mattarella sull’onda di 759 voti.

Il numero di consensi più alto mai registrato, dopo quelli di Pertini, per l’elezione di un Capo dello Stato, accompagnato da 90 voti per l’ex magistrato Carlo Nordio, da 37 per il giudice antimafia Nino Di Matteo e da 25 schede bianche e una manciata altri voti.

In attesa del discorso al Paese del Presidente Mattarella, un discorso mai così accorato, delicato e cruciale che si prevede rappresenterà un ineludibile richiamo alle forze politiche affinché si attengano al rigoroso rispetto degli interessi nazionali, la rielezione del Capo dello Stato si può ben definire di popolo.

Perché oltre che col sentimento popolare coincide con la scelta spontanea della base parlamentare e con la corale richiesta, sinceramente autocritica, rivolta al Capo dello Stato dalla classe politica di non abbandonare la Presidenza della Repubblica in uno dei passaggi più delicati e difficili del Pese.

Più che una rielezione è un nuovo inizio, per un settennato pieno.

In attesa di una eventuale ponderata valutazione costituzionale, che coerentemente il neo eletto Presidente della Repubblica non mancherà di approfondire una volta completata l’attuazione del recovery plan con Mario Draghi a Palazzo Chigi e superata la delicata transizione fra l’attuale Parlamento e le nuove Camere con un numero ridotto di deputati e senatori: da 630 a 400 a Montecitorio e da 315 a 200 a Palazzo Madama.

Dal punto di vista istituzionale, il secondo mandato del Capo dello Stato potrebbe anzi rappresentare, in considerazione della cosiddetta teoria della relatività dell’interesse nazionale che accomuna Mattarella e Draghi, una evoluzione costituzionale di fatto in vista di una formalizzazione legislativa in direzione di forme di semipresidenzialismo, essenziali per assecondare l’accelerazione dello sviluppo economico e sociale del paese, l’interconnessione geopolitica con l’Europa e la necessaria simultaneità dei rapporti internazionali.

Problematiche che si stagliano all’orizzonte e che saranno probabilmente delineate da Mattarella, se non proprio nel discorso di insediamento, che seguirà giovedì 3 febbraio il giuramento d’inizio del nuovo settennato, nel corso di uno degli interventi dopo l’inizio della prossima legislatura.

Più lungo di quello ormai storico della Scala, ma con un evidente carattere liberatorio l’applauso quasi unanime che a Montecitorio ha sottolineato il superamento del quorum della rielezione da parte di Mattarella, lascia intravedere quanto profonda sia la crisi nella crisi dei partiti che per sei giorni si sono confrontati senza sbocchi e senza intese alla ricerca di un successore all’altezza del settennato da manuale costituzionalmente e parlamentarmente esemplare del Presidente Mattarella.

Una crisi determinata dal disallineamento di parlamentari paracadutati dai partiti e non selezionati dagli iscritti, rispetto alle esigenze e alle aspettative dei cittadini.

Una distanza allargatasi a dismisura per effetto della pandemia e del conseguente marasma socio economico.

La soluzione sperata, per evitare l’implosione della politica, è proprio quella della stabilizzazione istituzionale con Mattarella al Quirinale e Draghi a Palazzo Chigi, in modo da consentire ai partiti l’approvazione della essenziale riforma elettorale e delle riforme strutturali, a cominciare dal completamento di quella della Giustizia, ed un ricambio generazionale della classe dirigente.

Ricambio che passerà dai congressi di partiti che verosimilmente interesseranno per primi i Cinque Stelle e la Lega che non sono riusciti a determinare una loro svolta per il Colle, e che si avviano ad una fase di autoanalisi organizzativa e rappresentativa. Il the day after del Colle si preannuncia impegnativo per Matteo Salvini e Giuseppe Conte, ai quali la cosiddetta rivolta dei peones che ha determinato il crescendo di consensi per Mattarella, addebita la girandola di candidature, da Frattini a Cassese, da Nordio a Moratti, da Casini a Casellati a Belloni, bocciate o mai prese in considerazione dal Parlamento.

E se per Giorgia Meloni “il centrodestra è da rifondare” e nella Lega Giorgetti smentisce dissidi con Salvini, anche l’alleanza fra il Pd di Enrico Letta e i 5 Stelle di Giuseppe Conte dovrà sottoporsi a un check up. Tutto il fronte politico è a dir poco magmatico. “C’è voluto il terremoto dello stallo del Quirinale – sottolinea uno dei principali registi del bis di Mattarella il parlamentare Giorgio Trizzino, eletto nei 5 Stelle e poi passato al Gruppo Misto – per ricordare al Parlamento che cammina sulla sottile lastra di ghiaccio di una politica non più rappresentativa del Paese”. “Qual è la vera vittoria, quella che fa battere le mani o battere i cuori?” si chiedeva Pier Paolo Pasolini.

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