Angelo Panebianco sul Corriere parla del ‘futuro incerto’ dell’Ue: “L’aspetto davvero notevole del giustamente famoso discorso del primo ministro canadese Mark Carney – scrive l’editorialista – è che ha detto la verità: l’unica certezza è che il vecchio mondo è finito, e da qui in avanti dobbiamo tentare di fare qualcosa per fronteggiare la novità. Niente finzioni, niente esibite certezze sul futuro, nel discorso di Carney.
È difficile negare che l’Europa si trovi oggi in una condizione di massima incertezza e confusione. E che gli europei, una parte dei quali finalmente consapevoli di non poter restare fermi, debbano agire, procedendo per tentativi (e sicuramente molti errori), più o meno al buio. Con lo scopo di non essere tagliati fuori dal risiko in cui sono impegnate le grandi potenze del Pianeta. Dal momento che essere tagliati fuori significa in prospettiva, plausibilmente, decadenza economica e sottomissione politica, significa restare indifesi di fronte agli appetiti altrui”.
Panebianco cita alcuni casi che determinano l’incertezza nel futuro Ue (guerra in Ucraina, rapporto con gli Usa trumpiani, ruolo dell’Ue nei mutati scenari geopolitici) e osserva quindi che “un’Europa a geometria variabile di sicuro non può soddisfare l’europeismo tradizionale che ha sempre sognato gli Stati Uniti d’Europa. Per quel tanto o per quel poco che si può ipotizzare o immaginare non c’è nulla del genere all’orizzonte.
Non bisogna però mai dimenticare che il futuro è nelle mani degli elettorati. In Gran Bretagna il governo laburista traballa e i sondaggi non dicono nulla di buono: lo «sfasciacarrozze» Nigel Farage ha il vento in poppa. Movimenti antieuropei sono forti anche in Francia e in Germania. Oppure si consideri il caso italiano. Dispone ora di un governo stabile. Ma i «governi di legislatura» non appartengono alla nostra tradizione. È davvero così implausibile immaginare che prima o poi in Italia si tornerà alla regola, ossia all’instabilità dei governi?
L’Europa del futuro sarà forgiata dalle scelte degli elettori dei Paesi europei. I fattori di incertezza, dunque, sono tanti. Gli europei sanno che devono muoversi. Ma è meglio – conclude – farlo essendo consapevoli del fatto che non ci sono bussole né garanzie sugli approdi futuri”.








