Eugenia Tognotti sulla Stampa si sofferma sul tema della sanità e dell’Autonomia differenziata partendo da un editoriale critico di The Lancet Regional Health – Europe.
“Quell’articolo – scrive l’editorialista – andrebbe letto non solo dai decisori politici, ma da tutti coloro che, in ruoli di responsabilità, gravitano nel mondo della sanità, dal centro alla periferia, alla galassia di 20 sistemi regionali, 20 «repubbliche» che operano in autonomia e implementano politiche e tecnologie diverse, con sistemi di raccolta di dati incompatibili tra loro, tanto da ostacolare il trasferimento di referti e immagini diagnostiche, perfino nello stesso territorio.
La puntuta critica dell’editoriale è anticipata dal titolo in cui campeggia il termine «broken», rotto o «frantumato», adatto a rappresentare la desolante realtà dell’infrastruttura dei dati sanitari nel Belpaese: non esiste un sistema unificato e centralizzato.
L’insufficiente interoperabilità tra regioni e ospedali – che si aggiunge alla mancanza di sistemi di caricamento automatico dei dati nelle cliniche private – fa venir meno l’efficacia del Fascicolo Sanitario Elettronico (Fse), uno dei pilastri della Sanità digitale.
Al momento, però, l’implementazione di una rete di dati sanitari unificata in Italia è lontana, nonostante i recenti investimenti del Pnrr, denuncia l’editoriale di Lancet. Durante la pandemia di Covid-19 – sottolinea Tognotti – la frammentazione del sistema ha impedito una risposta nazionale più efficace e coordinata e ha determinato ritardi nell’identificazione dei collegamenti tra compresenza di altre patologie e gravità della malattia.
Non solo. Oltre ad influire sulla crisi del Ssn, il sistema di dati sanitari frammentato comporta anche un considerevole danno per la ricerca scientifica. Essendo la raccolta dei dati affidata a metodi obsoleti, spesso manuali, diventa estremamente difficoltoso portare avanti progetti di studi multicentrici di alta qualità, con risultati generalizzabili e di impatto.
L’editoriale affronta infine un’importante questione: il bilanciamento dei diritti alla privacy con l’interesse pubblico a migliorare l’assistenza sanitaria. Ben 90 mila italiani – conclude – si rifiutano di condividere i propri dati sanitari a causa di preoccupazioni sulla privacy, un sentimento rafforzato da sfiducia e diffidenza nella classe politica durante la pandemia di Covid-19.








