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[L’analisi] Calcio: i club quotati sono un flop

La famiglia Glazer chiede fra i 7 e i 9 miliardi per cedere il Manchester United. A Wall Street il club inglese capitalizza 3,7 miliardi nonostante il rialzo del 72% messo a segno dall’annuncio della ricerca di nuovi azionisti.

L’Atalanta è stata valutata 500 milioni di euro dalla cordata americana che ne ha rilevato il 55% dalla famiglia Percassi. A Piazza Affari la Juventus viaggia intorno ai 700 milioni pur avendo circa il doppio dei ricavi del club bergamasco.

Chi ha ragione? La borsa o gli investitori pronti a sfidarsi a suon di miliardi per Liverpool, Paris Saint-Germain e Napoli? Probabilmente tutti e due. Gli azionisti delle società quotate, scrive MF-Milano Finanza, cercano ritorni in dividendi e in plusvalenze sui titoli.

Sinora i club calcistici si sono rivelati un flop di borsa (tabella in pagina) e avari di remunerazioni. L’unico a staccare cedole con una certa regolarità è stato il Manchester United, perlopiù per soddisfare la proprietà Usa.

Dalla quotazione nel 2001, invece, la Juventus ha pagato un solo dividendo (nel 2002), ha perso il 72% rispetto al prezzo di ipo e ha concluso tre aumenti di capitale per circa 800 milioni.

All’indomani delle dimissioni dell’intero cda presieduto da Andrea Agnelli, travolto dalle inchieste di Consob e Procura, gli analisti hanno ipotizzato per il club un quarto rafforzamento patrimoniale. J

ohn Elkann ne ha escluso la necessità nel corso dell’Investor Day di Exor, ma la situazione contabile della Juventus esige certamente una manovra drastica.

L’esercizio 2021-22 si è chiuso con un 254 milioni di perdite e con un patrimonio netto di 169 milioni, che potrebbe scendere a 143,8 milioni in ossequio alle contestazioni Consob.

Per stessa ammissione del management, il bilancio 22/23 dovrebbe chiudersi ancora in rosso, a dispetto delle politiche di abbattimento dei costi avviate.

Anzi, rispetto alle previsioni di fine settembre, il quadro potrebbe aggravarsi sia per le modifiche ai conti imposte dall’autorità di borsa sia per l’immediata eliminazione dalla Champions League.

Intercettato al telefono con il cfo Stefano Bertola, lo stesso amministratore delegato uscente della Juventus, Maurizio Arrivabene, ammetteva: “Fatti i conti della serva, noi dovevamo fare per star tranquilli un aumento di 650 milioni, non di 400 per sanare”.

Nel caso gli azionisti sarebbero disposti a sottoscrivere la terza operazione straordinaria in meno di tre anni? La partecipazione del 63,8% della Juventus vale il 2% del nav di Exor, ma le continue iniezioni di risorse non sono certo gradite agli investitori del club né a quelli della holding.

Fra gli addetti ai lavori, allora, già si ragiona su ipotesi alternative. Per alcuni esperti, la soluzione migliore per Exor sarebbe un’opa finalizzata al delisting della Juventus.

Sui mercati privati, infatti, i club godono di tutt’altra considerazione da parte degli investitori. Family office, grandi private equity e, apparentemente, colossi aziendali come Apple, Amazon e Meta sono pronti a investire nel calcio europeo.

Alcuni di questi patrimoni sono a caccia di un dividendo geopolitico, ben diverso da quello ricercato dai soci di quotate.

Il caso degli sceicchi dell’Arabia Saudita, candidata con Grecia ed Egitto a ospitare i Mondiali 2032.

Oppure di alcuni magnati americani, desiderosi di intessere relazioni utili ad altri affari. Quando però sono fondi come Elliott, Cvc, Redbird, Silverlake e Searchlight a interessarsi al pallone, la partita si fa finanziaria: c’è dietro la scommessa che il calcio europeo sia sottovalutato e possa ambire a una rilevante crescita economica.

La crisi pandemica è stata del resto un anno zero per i club del Vecchio Continente: aggravando le perdite, ha fatto esplodere la bolla gonfiata da anni di spese per i giocatori esorbitanti rispetto ai ricavi. Paperoni a parte, tutte le proprietà sono oggi intenzionati a riportare sotto controllo i costi.

Parallelamente, però, i top club sono impegnati in una partita più a lungo termine: rendere più stabili e prevedibili gli incassi stagionali. Il progetto Superlega è stato un tentativo maldestro ed estremo di riuscirci.

La nuova Superchampions League della Uefa non prevede membri di diritto, ma con 100 partite in più avrà un impatto simile sui campionati nazionali e sulla competizione sportiva.

Il torneo al debutto nel 2024 punta infatti a rastrellare 5 miliardi all’anno dai diritti televisivi, concedendo un enorme vantaggio economico alle squadre qualificate.

Se poi – come sembra – la Fifa trierà fuori dal cassetto il progetto di un nuovo Mondiale per club, le grandi potrebbero ottenere un’ulteriore fonte di introiti ricorrente.

Le tante proprietà Usa potrebbero così spingere il calcio verso un’organizzazione più simile a quello tipico degli sport americani.

Con la medesima ispirazione, intanto, un numero crescente di investitori sta ricorrendo alla struttura della holding, riunendo sotto un unico gruppo più club appartenenti a diverse Leghe.

Basti pensare al City Football Group, alla rete del fondo 777 o alle trattative in corso fra la famiglia pozzo e una spac per portare il duo Udinese-Watford a Wall Street.

Il pregio di queste multiproprietà consiste da un lato nelle sinergie di ricavo e di costo fra i club, dall’altro nella possibilità di diversificazione che riduce l’alea dei risultati sportivi e commerciali.

Il modello del conglomerato e la preponderanza economica dei tornei internazionali potrebbero rendere non solo più corposi, ma anche più stabili i ricavi e gli utili del calcio europeo.

Ai tifosi non piacerà: la riforma finanziaria renderà il pallone più prevedibile di quanto già non sia. La cosiddetta equity story dei club diventerebbe tuttavia certo più appassionante per gli investitori. E per la borsa.

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