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La stangata sulle pensioni | L’analisi

Cinquanta miliardi di euro. È questa, secondo l’analisi firmata da Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, sulle colonne del Sole 24 Ore, la dimensione del prelievo sulle pensioni prodotto dalla ridotta indicizzazione all’inflazione nel periodo 2023-2036 decisa dal governo Meloni. Una cifra che si compone di 36 miliardi nel decennio 2023-2032 e di altri 14 miliardi per il periodo 2027-2036, e che rappresenta, scrive Brambilla, la più ampia penalizzazione dal lontano 1996. Considerando invece una rivalutazione piena all’inflazione, il conto salirebbe oltre i 65 miliardi.

E il conto rischia di essere ancora più salato. Come ricostruiscono Matteo Prioschi e Gianni Trovati sul Sole 24 Ore, nella relazione tecnica alla manovra il governo stima risparmi per 2,66 miliardi in tre anni dal taglio dell’indicizzazione, ma con l’inflazione che corre ben oltre le previsioni la stretta potrà superare i 3 miliardi nel triennio.

Una tassa annua da 3,57 miliardi

Tradotto in termini annui, osserva Brambilla sul Sole 24 Ore, si tratta di una vera e propria tassa da 3,57 miliardi l’anno per 14 anni, che grava su 1,71 milioni di pensionati su un totale di 16,4 milioni. Un dato che stride, sottolinea l’autore, con le dichiarazioni di alcuni esponenti di governo secondo cui la manovra sarebbe stata pensata a favore del ceto medio.

Risparmi e flessibilità: un’equivalenza quasi perfetta

Il capitolo previdenziale della manovra, si legge nell’articolo di Prioschi e Trovati, prospetta un’equivalenza quasi millimetrica fra i 2,55 miliardi in tre anni dedicati al fondo per la flessibilità in uscita e i 2,66 miliardi di minori spese determinati dal taglio dell’indicizzazione degli assegni superiori a 2.447,40 euro lordi al mese, cioè quattro volte il minimo. Il fondo, almeno nelle intenzioni della Lega, è destinato a finanziare la nuova “quota 100”: è a tempo determinato e stanzia 850 milioni l’anno per i prossimi tre anni. Se il decreto attuativo aprirà davvero le porte al pensionamento anticipato dei 64enni con ricalcolo contributivo, i suoi costi diventeranno strutturali e dipenderanno dalla platea effettivamente interessata. Ma la partita, secondo il quotidiano economico, è ancora aperta: Fratelli d’Italia non è entusiasta dell’idea, e il Partito liberaldemocratico di Luigi Marattin ha lanciato una proposta pubblica a tutti i partiti per trovare destinazioni alternative a quei fondi.

Strutturale, invece, è il carattere dei tagli all’indicizzazione. Il freno posto nel prossimo triennio, spiegano gli autori, riduce inevitabilmente la base di calcolo degli aggiornamenti futuri. Nei calcoli del ministero dell’Economia i risparmi valgono 885 milioni l’anno nei primi tre anni, per poi scendere in modo quasi impercettibile negli anni successivi, fino agli 801 milioni messi in calendario nel 2036.

Cosa prevede la legge di bilancio 2027

Nel dettaglio, la legge di bilancio per il 2027, all’articolo 55 (Modifiche alla disciplina in materia di rivalutazione automatica dei trattamenti pensionistici), ripropone il meccanismo previsto dalla legge di bilancio 2023 per il biennio 2023-2024, anch’esso targato Meloni-Giorgetti e, secondo Brambilla, ricalcato sul modello del governo Conte 1. Anziché applicare la rivalutazione fissata nel 1997 e poi dalla legge 388/2000, che prevede aumenti per scaglioni d’importo (100% fino a 4 volte il minimo, 90% tra 4 e 5 volte, 75% oltre 5 volte), la rivalutazione per il 2027 sarà per fasce e riguarderà quindi l’intero importo della pensione.

Rispetto a una bozza precedente, riferiscono Prioschi e Trovati sul Sole 24 Ore, la versione bollinata del disegno di legge ha ulteriormente ridotto le percentuali di riconoscimento dell’indice inflazionistico del 2,8%. Questi i tassi e la platea interessata, incrociando le due analisi: fino a 4 volte il minimo: rivalutazione al 100%. È il gruppo più numeroso, 12,7 milioni di pensionati, il 77% del totale; da 4 a 5 volte il minimo (1,9 milioni di pensionati, l’11,5%): rivalutazione scesa dal 90% all’85%, cioè un aumento effettivo del 2,380%. Questi due gruppi, ricorda Brambilla, avevano peraltro goduto di maggiorazioni rispetto all’inflazione negli anni scorsi: l’88,5% dei pensionati, dunque, nel periodo non perde nulla; tra 5 e 6 volte il minimo: rivalutazione scesa dal 60% al 53%, pari a un aumento dell’1,484%. Sono 785 mila pensionati con assegni da circa 3.672 euro lordi al mese, circa 2.500 euro netti, “non certo nababbi”, secondo Brambilla; tra 6 e 8 volte il minimo: 525 mila pensionati con rivalutazione scesa dal 50% al 47%, cioè l’1,316%; tra 8 e 10 volte il minimo: 203 mila pensionati con rivalutazione scesa dal 40% al 37%, cioè l’1,036%; oltre 10 volte il minimo: circa 202 mila pensionati (la relazione tecnica, secondo Brambilla, sarebbe sbagliata) con una rivalutazione scesa dal 35% al 32% sull’intero importo, pari allo 0,896%.

Quanto costa la stretta in euro

Tradotto in euro, osserva il Sole 24 Ore, l’ulteriore giro di vite avvenuto tra bozza e bollinatura va a scapito di chi percepisce assegni oltre quattro e fino a sei volte il minimo. Un assegno mensile lordo di 3.000 euro avrebbe perso, con la bozza, 6,85 euro di rivalutazione, mentre ora la perdita sale a 11,05 euro. Un assegno da 3.600 euro lascia allo Stato 41,88 euro invece dei 34,82 previsti in origine. In proporzione, sono meno pesanti gli effetti sugli importi più consistenti: per un trattamento da 5.400 euro la mancata rivalutazione passa da 72,62 a 77,16 euro. Detto ciò, notano gli autori, non è che “i ricchi” se la passino bene, dato che oltre dieci volte il trattamento minimo la rivalutazione sarà dello “zero virgola”.

Il sacrificio di 1,7 milioni di anziani

La quasi totalità del sacrificio, sostiene Brambilla, graverà dunque sulle spalle di uno sparuto gruppo di 1.715.000 pensionati, con un’età media tra i 70 e gli 80 anni, molti dei quali non autosufficienti. E che, paradossalmente, non potranno beneficiare né della card per denti e occhiali destinata ai pensionati fino a 28 mila euro di pensione, misura dal costo di 1,65 miliardi, né di altri bonus, e in più dovranno pagare tutti i ticket sanitari, dai quali l’88% della platea è invece esente. Una “botta”, la definisce l’autore, per il ceto medio dei pensionati.

Il caso di una pensione da 11 volte il minimo

Per rendere concreto l’impatto, Brambilla propone un esempio. Una pensione pari a 11 volte il minimo vale oggi 87.516 euro lordi l’anno, poco più di 55 mila euro netti, cioè circa 4.250 euro al mese. Negli ultimi 14 anni, per effetto del trascinamento (la quota non rivalutata non si recupera più per tutta la durata della pensione), questo assegno ha perso il 10% del potere d’acquisto nel periodo 2012-2021, attraversando i governi Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte 1 e Conte 2, con una pausa sotto il governo Draghi, e un ulteriore 10% con il governo Meloni.

Oggi, calcola Brambilla, quella pensione dovrebbe valere 15.900 euro in più, pari a 103 mila euro lordi: nei 14 anni il pensionato ha perso, a causa delle continue mancate rivalutazioni, oltre 111 mila euro, l’equivalente di un anno e tre mesi di pensione. Da qui la domanda rivolta ai poteri di controllo e garanzia: è costituzionale sottrarre oltre un anno di pensione pagata con i contributi e le tasse a un pensionato che magari ha 80 anni e necessita di una badante che costa metà del suo assegno?

Inflazione sottostimata e un’Irpef nascosta

C’è poi il nodo decisivo delle stime. Tutto l’impianto del Programma di finanza pubblica, spiegano Prioschi e Trovati sul Sole 24 Ore, è fondato su un’inflazione programmata al 2,8%, calcolata sulla base dell’indice Foi di agosto. Ma con il tendenziale al 5,4% indicato dalla stima preliminare dell’Istat, l’inflazione acquisita a ottobre è già salita al 3,4%, e tutto lascia pensare che i prossimi due mesi ritoccheranno al rialzo il dato annuale. I risparmi derivanti dal taglio del meccanismo che aggancia gli assegni all’inflazione saranno quindi maggiori di quelli previsti dalla relazione tecnica e potranno superare i 3 miliardi in tre anni. Un risultato, osservano gli autori, che si sarebbe ottenuto anche replicando fedelmente il meccanismo di rivalutazione utilizzato nel 2023, a scaglioni, meno vantaggioso di quello attuale che opera per fasce di importo.

Lo stesso Brambilla quantifica l’effetto per il suo pensionato tipo: ipotizzando un’inflazione 2026 al 3,2%, chi percepisce 87.516 euro lordi otterrebbe una rivalutazione dell’1,024% e perderebbe quindi il 2,17%, cioè altri 1.900 euro l’anno. È come se, osserva l’autore, l’Irpef per il ceto medio fosse stata aumentata di 1.900 euro.

Minime, aumenti sotto il costo della vita

La penalizzazione, sottolinea il Sole 24 Ore, tocca anche la parte bassa della scala. Il testo bollinato non prevede alcuna rivalutazione extra per i trattamenti pari o inferiori al minimo. Tecnicamente quest’ultimo vale ora 611,85 euro lordi al mese, ma per effetto di un incremento straordinario temporaneo che si esaurisce nel 2026 l’importo in pagamento è di 619,8 euro. Applicando l’aumento del 2,8% al primo importo si arriva a 628,98 euro, che dovrebbe essere il minimo di riferimento nel 2027. L’incremento rispetto al minimo maggiorato attuale sarà quindi dell’1,48%: salvo ulteriori interventi, le minime saranno rivalutate poco più della metà del costo della vita.

Più pensionati, ma più poveri

Tornando alla quasi coincidenza tra i risparmi derivanti dalla rivalutazione e il budget stanziato per offrire maggiore flessibilità in uscita, la conclusione che traggono Prioschi e Trovati è netta: si punta ad aumentare il numero di pensionati rendendo un po’ più poveri quelli che lo sono già.

Banche, assicurazioni e il ceto medio

Amaro anche il confronto con cui Brambilla chiude il suo intervento. A banche e assicurazioni, scrive, il governo Meloni, Tajani, Salvini ha chiesto 5,5 miliardi, ma poiché queste non ridurranno i propri utili, il costo si rifletterà prevalentemente proprio sul ceto medio. Ai pensionati oltre i 50 mila euro, invece, è stato offerto uno sconto Irpef di 500 euro a fronte di un taglio della pensione di 1.900 euro. “Un affare per il ceto medio – conclude l’autore – e un pallottoliere per il governo”.

La partita in Parlamento

I margini per correggere la rotta non mancano. Con l’autorizzazione firmata dal presidente Mattarella, ricorda il Sole 24 Ore, il disegno di legge di Bilancio è approdato a Montecitorio, aprendo ufficialmente la sessione di bilancio. Dal 9 novembre partiranno le audizioni, che si chiuderanno come di prassi con il ministro Giorgetti; gli emendamenti saranno depositati soltanto da inizio dicembre. Visti i tempi lunghi, anche quest’anno l’esame sarà di fatto concentrato in un solo ramo del Parlamento: la Camera modificherà la manovra e il Senato la ratificherà entro la fine dell’anno.

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