La sconfitta del leader serbo è un’ispirazione per i democratici e un avvertimento per gli autocrati. Ora la Lista degli studenti ha l’occasione di ripristinare pesi e contrappesi, una stampa libera e pluralista e di sottrarre le istituzioni al controllo del partito.
Aleksandar Vučić ha passato gran parte dei suoi dodici anni alla guida della Serbia, prima come primo ministro e poi come presidente, trasformando il Paese in una democrazia autoritaria, dove le elezioni non sono né libere né corrette. Eppure non è bastato a evitargli la disfatta nel voto parlamentare. A sconfiggerlo, come scrive il Financial Times in un editoriale, è stato un movimento di protesta guidato dagli studenti e sostenuto da docenti universitari, medici, architetti e attori, accreditato di 140 seggi su 250 nel parlamento di Belgrado.
Per il quotidiano della City, il risultato straordinario dimostra il valore delle elezioni democratiche come strumento per chiamare i governi a rispondere del proprio operato. E mostra che la volontà popolare resta irresistibile, tranne che nei sistemi più autocratici.
Una svolta generazionale
Secondo il Financial Times, la sconfitta di Vučić offre alla Serbia una svolta che capita una volta per generazione, paragonabile al rovesciamento di Slobodan Milošević nel 2000, anche allora frutto di una mobilitazione studentesca. La caduta di Milošević aveva messo il Paese su un percorso più democratico e orientato a Occidente, interrotto appena tre anni dopo dall’assassinio del premier riformista Zoran Đinđić.
Vučić si era presentato come filoccidentale ed europeista, ma ha sempre giocato su più tavoli, guardando a Mosca e Pechino ogni volta che gli conveniva. Ha corteggiato l’amministrazione Trump con la prospettiva di affari. Considerato dai leader occidentali un interlocutore indispensabile nei Balcani occidentali, ha però ostacolato, con le sue manovre nazionaliste in Kosovo, in Bosnia e altrove, la normalizzazione e la stabilizzazione della regione. E la candidatura della Serbia all’adesione all’Unione europea si è arenata proprio a causa dell’arretramento democratico e dell’erosione dello stato di diritto.
Le incognite del dopo
Ora, osserva il Financial Times, la Lista degli studenti ha l’opportunità di ripristinare i contrappesi democratici, ricostruire un sistema dell’informazione libero e pluralista e invertire la cattura delle istituzioni statali e dell’economia operata dal Partito progressista serbo, la formazione populista di destra di Vučić. Gli studenti non si sono impegnati a rilanciare il percorso di adesione all’Ue, hanno escluso il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo e hanno respinto l’adozione delle sanzioni europee contro la Russia, alleato tradizionale di Belgrado. Ma una restaurazione democratica, per definizione, avvicinerà la Serbia all’Europa. E l’Unione resterà comunque un potente polo di attrazione economica.
Tutto questo, avverte il giornale, presuppone che la Lista degli studenti, un movimento amatoriale e senza leader che decide attraverso assemblee plenarie nelle università, sia in grado di indicare un primo ministro capace, formare un governo competente e realizzare un programma coerente. Le priorità politiche pubblicate dal movimento sono, nel migliore dei casi, abbozzate. Ci sono paralleli incoraggianti con la cacciata dell’uomo forte ungherese Viktor Orbán da parte dell’opposizione, ma in quel caso c’era un leader indiscusso, Péter Magyar, una squadra di governo pronta e un piano dettagliato.
La lezione per democratici e autocrati
Resta il fatto che il risultato degli studenti offre lezioni preziose ai democratici di tutto il mondo e agli autocrati che vorranno prestare attenzione. Come il partito Tisza di Magyar, sottolinea il Financial Times, il movimento serbo ha incontrato gli elettori faccia a faccia, nelle città e nei villaggi di tutto il Paese, costruendo un senso di partecipazione civica. Ha concentrato la campagna sulla corruzione, il tallone d’Achille dell’autocrate.
Il movimento è nato dalle manifestazioni seguite alla tragedia di Novi Sad, dove il crollo della pensilina della stazione ferroviaria, da poco ristrutturata, ha causato sedici morti. I manifestanti hanno attribuito l’incidente a cattiva gestione, corruzione e opacità. Il voto dimostra, secondo il quotidiano britannico, che anche i governanti più radicati sono vulnerabili quando gli elettori sentono di perdere terreno mentre la cerchia al potere prospera.
Infine, in una fase di recessione democratica globale e di disaffezione popolare verso la politica, i serbi, come gli ungheresi prima di loro, hanno offerto una dimostrazione impressionante del potere delle urne. Si sono presentati in massa per mandare a casa un leader impopolare e interessato solo a se stesso, e hanno mostrato che anche in una democrazia profondamente imperfetta il popolo può ancora dimostrarsi sovrano.
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