di Marcello Clarich, ordinario di Diritto Amministrativo Sapienza Università di Roma.
Le concessioni balneari ovvero una saga senza fine.
L’episodio più recente ha visto un botta e risposta nel giro di una settimana tra Parlamento, presidente della Repubblica e Consiglio di Stato.
Tutto nasce dal decreto mille-proroghe convertito in legge il 24 febbraio scorso che posticipa al 2024 (in alcuni casi al 2025) la scadenza per la messa a gara delle concessioni (articolo 10-quater della legge 14/2023).
Quella originaria era stata fissata a fine 2023 dal Consiglio di Stato che già nel 2021 aveva ribadito il principio della incompatibilità con il diritto europeo delle leggi di proroga (Adunanza plenaria n.17 e n.18/2021).
E ciò sulla scia di sentenze della Corte Costituzionale, della Corte di Giustizia dell’Unione Europea e dello stesso giudice amministrativo.
Contro lo Stato italiano pende anche una procedura di infrazione per violazione del diritto europeo.
L’ennesima prova di forza del Parlamento, nel quale la lobby dei concessionari è ancor più rappresentata in questa legislatura, non poteva restare senza una reazione istituzionale.
Nel promulgare la legge mille-proroghe il presidente della Repubblica ha sollecitato il governo e il Parlamento a intervenire a breve per “assicurare l’applicazione delle regole della concorrenza (.) in conformità con il diritto dell’Unione” e per garantire la certezza del diritto per le amministrazioni e gli operatori del settore.
A distanza di pochi giorni dall’approvazione, il Consiglio di Stato ha dichiarato nulle le nuove proroghe.
Ha anche chiarito che le norme contenute nel decreto mille-proroghe devono essere “disapplicate da qualunque organo dello Stato”, primi fra tutti i comuni che dovranno bandire le gare (sentenza della Sesta Sezione del 1° marzo 2023 n.2192).
Anche contro questa sentenza, ritenuta invasiva delle prerogative del Parlamento, si sono levate proteste da parte di esponenti politici.
Si è anche ipotizzato un ricorso alla Corte Costituzionale per conflitto di attribuzioni tra potere legislativo e potere giudiziario.
Quest’arma si è già rivelata spuntata perché la Corte Costituzionale ha ritenuto inammissibile il ricorso contro le sentenze del Consiglio di Stato del 2021.
La questione più rilevante è ora come uscire dalla situazione di stallo e di incertezza.
Da un lato, si sostiene che le gare non possono essere bandite prima di aver completato la mappatura delle coste italiane, prevista da una norma dello scorso anno, per capire se le spiagge sono una risorsa scarsa.
Solo in questo caso infatti il diritto europeo richiede procedure competitive.
In realtà questo non può essere l’ennesimo motivo per rinviarle. E ciò sia perché molti comuni italiani hanno ben chiaro il quadro delle concessioni, che non sono poi così numerose; sia perché il Consiglio di Stato ha già accertato che le spiagge sono una risorsa scarsa; sia perché il modo migliore per provarlo è metterle a gara.
La scarsità di un bene va infatti misurata in base alla domanda e si sa già che molte spiagge italiane sono molto appetibili.
Si sostiene ancora che le gare non possono essere avviate fin tanto che non interviene una norma generale che stabilisca i criteri.
A questo riguardo il decreto legge mille-proroghe vieta ai comuni di avviare le gare prima dell’emanazione di un decreto legislativo che li stabilisca.
In realtà la delega legislativa fissava un termine al 27 febbraio, ormai irrimediabilmente scaduto.
Peraltro la redazione di bandi per questo tipo di procedure non è molto complicata.
Già nel 2021, in previsione delle gare da esperire entro il 2023, il Consiglio di Stato aveva fornito criteri precisi: capacità tecnica, professionale, finanziaria ed economica degli operatori, valorizzazione dell’esperienza professionale e del know how acquisito, interazione del progetto di gestione con il sistema turistico-recettivo complessivo del territorio locale, apertura a una concorrenza effettiva.
Oltre che sui requisiti qualitativi dell’offerta, la gara ha per oggetto i canoni che oggi sono irrisori e questo costituisce forse la stortura principale del sistema.
La messa a gara dovrebbe far emergere il valore effettivo delle concessioni con benefici significativi per l’erario.
Anzi, l’ulteriore ritardo nell’avvio delle procedure di gara, in assenza ormai di ogni giustificazione giuridica, potrebbe entrare nel mirino della Corte dei Conti.
Poiché anche i mancati introiti, oltre agli sperperi di danaro pubblico, possono costituire un danno erariale, non è da escludere che qualche procura della magistratura contabile avvii un’indagine contro dirigenti comunali inadempienti.
Per scongiurare questi scenari e per dare certezze a un settore rilevante per le economie locali la strada maestra sarebbe prendere atto che le gare vanno bandite nei prossimi mesi in vista della stagione balneare del prossimo anno. Volenti o nolenti.








