L’unica arma finanziaria – vera – rimasta all’Ue per tentare di bloccare Putin è fermare il finanziamento alla Russia attraverso il blocco della grande commessa del gas.
Quasi un miliardo di euro al giorno.
È su questo punto che si discute da diversi giorni a Bruxelles.
Perché la questione non è più capire se e quando Gazprom chiuderà il rubinetto, semplicemente perché non accadrà: i soldi del gas sono la più grande fonte di approvvigionamento della Russia.
La questione centrale è comprendere se la Ue nel suo complesso avrà la forza di chiudere – di sua spontanea volontà – la fornitura.
Con le ricadute evidenti sui Paesi più esposti: primo fra tutti l’Italia.
Putin considera le sanzioni economiche una forma di dichiarazione di guerra e ieri lo ha ribadito pubblicamente.
Von Der Leyen: fermare il finanziamento della guerra
“Questo è un momento decisivo per le nostre democrazie. Siamo determinati a limitare la capacità di Putin di finanziare la sua atroce guerra” ha detto ieri da Madrid la presidente della Ue Ursuala Von Der Leyen, dopo un incontro con il primo ministro Pedro Sanchez. “La democrazia non ha prezzo e dobbiamo difenderla”.
Il conto della guerra
Secondo alcune recenti stime più attendibili la Ue paga, ogni giorno circa 660 milioni alla Russia per il gas che poi ne spende mediamente 235 per finanziare l’invasione.
Oggi la commissaria Ue sarà a Berlino per ottenere il via libera su questo punto anche da un altro Paese che rischia molto dal blocco del gas, la Germania.
Draghi chiederà un piano d’emergenza Ue
Ma l’incontro risolutivo della Von Der Leyen sarà a Bruxelles domani con il premier Mario Draghi e il ministro alla transizione ecologica Roberto Cingolani.
L’Italia chiederà un piano di emergenza europeo per affrontare la crisi del gas, prendendo a modello quanto fatto dalla Ue con i vaccini. Ovvero contratti europei di fornitura per il gas dove l’Italia, maggiormente danneggiata da un eventuale blocco, possa essere la prima beneficiaria. E poi aiuti per far sostenere ai cittadini italiani il caro bollette ulteriore che ne seguirà. Oltre il rischio evidente di danni alle imprese.
Il price cap dell’Italia
L’Italia proporrà in alternativa allo stop totale anche un price cap, un tetto al prezzo del gas per tenere insieme il ridimensionamento dei soldi alla Russia ed evitare il blocco degli approvvigionamenti all’Italia. Ma è evidente che Gazprom davanti alla violazione dei contratti stipulati dai Paesi della Ue non rimarrebbe certo a guardare. E stopperebbe la fornitura.
Chi staccherà il gas
Quindi nella migliore delle ipotesi resta da capire solo chi farà la mossa decisiva. E se la Ue si avventurerà in un blocco perentorio delle forniture o seguirà la proposta italiana del price cap. Per poi lasciare a Gazprom le mani sul rubinetto e la scelta di chiudere o meno. Differenza non da poco specie sul piano politico, soprattutto se si considera che a breve in Italia si entrerà in un clima da campagna elettorale.
Il danno all’economia mondiale
Intanto ci sono già le prime stime sul possibile costo della guerra. Secondo National Institute of Economic and Social Research, il più antico istituto indipendente della Gran Bretagna la guerra, alla fine potrebbe costare più di mille miliardi di dollari.
La crescita mondiale è vista contrarsi dell’1% entro il 2023. con un’inflazione aggiuntiva del 3% nel 2022 (arrivando intorno al 7%) e del 2% nel 2023 (fino al 6%).
Lo specchio della paura
I mercati azionari sono le specchio della paura. Soprattutto quelli europei che, in dieci giorni di combattimenti hanno perso 6,7 miliardi di dollari di capitalizzazione. Solamente Milano ha bruciato quasi 84 miliardi di cui una trentina pagati dagli azionisti delle banche in termini di svalutazione del loro investimento. Nelle ore precedenti le tre maggiori agenzie di rating avevano tagliato il giudizio del debito della Russia con prospettive negative. Significa che i titoli di stato di Mosca sono diventati tossici per gli investitori. Una condanna giustificata dal fatto che la Banca centrale russa ha congelato 29 miliardi di dollari di cedole di bond statali in mano agli investitori esteri.
Il precipizio del rublo
Lo spettro della crisi del 1998 si sta avvicinando. Ad accompagnarlo la continua perdita di valore del rublo. Prima della guerra servivano, mediamente, cinquanta rubli per acquistare un euro. Il 24 febbraio, giorno d’inizio del conflitto, ne servivano 90. Oggi siamo arrivati a 120. La Borsa di Mosca continua a restare chiusa e nel frattempo i principali listini hanno congelato gli scambi sui titoli russi. Nel giro di due settimane l’indice Dow Jones Russia GDR Index, che segna l’andamento delle società russe quotate a Londra, ha perso il 98% del suo valore. Stando ai calcoli di Bloomberg il tracollo in Borsa ha comportato un’erosione di valore quantificata in 572 miliardi di dollari.
22 miliardi di danni per l’Italia
Ma la guerra impatta anche sulle economie occidentali. A cominciare dai prezzi delle materie prime che resteranno elevati per tutto il 2022, andando a erodere il potere di acquisto delle famiglie e aumentando i costi per le imprese. Se prima della invasione dell’Ucraina Unicredit si aspettava una crescita nel 2022 del 3,7% nell’Eurozona e del 3,8% in Italia, ora le attese sono calate al 3,1% per entrambe le aree.
Le sanzioni ai danni della Russia potrebbero costare al nostro Paese ventidue miliardi di minori esportazioni (soprattutto articoli di lusso).
Non a caso anche Intermonte ha tagliato le stime per il 2022 portando la crescita dal 3,4% al 3,1%. L’inflazione prima era vista al 4,4% in Ue e al 3,7% in Italia, ora, rispettivamente, 6,4% e al 5,7%, in uno scenario in cui il petrolio passa da 76 dollari al barile di media annua agli attuali 110 dollari e il rapporto euro-dollaro da 1,12 a fine 2022 a 1,09.
L’elevata incertezza richiede cautela e ora tutti gli occhi sono puntati sulla riunione della Bce, il 10 marzo.
I due scenari
Gli scenari possibili sono due: uno presuppone una rapida conclusione del conflitto permettendo al gas di tornare a 100 euro e il petrolio a 100 dollari al barile. Inflazione non molto superiore al 2% e una crescita più debole (-0,5%) ma senza crolli catastrofici. Lo scenario due, sempre più probabile, immagina una guerra prolungata, sanzioni da parte degli Stati Uniti e dell’Ue con conseguenti ritorsioni da parte della Russia che continuano a spingere al rialzo i prezzi dell’energia.
In questo caso gli economisti si attendono un gas a 180 euro e il petrolio a 120 dollari al barile, che andranno a incidere dell’1% circa in più sull’inflazione. La crescita rallenta in modo significativo (dal 4% al 2,5%) e la Bce manda in archivio ogni idea di aumento dei tassi. Nello scenario tre, Bloomberg ipotizza che venga chiusa la fornitura di gas della Russia.
Il danno
Sulla base di un’analisi della Bce, gli esperti ritengono che un razionamento dell’energia nell’ordine del 40% si rifletterebbe in un calo del 3% del Pil nell’Eurozona, destinata a finire in recessione. Un’eventualità che potrebbe spingere la Bce a rispondere non solo tenendo in funzione il bazooka monetario ma addirittura intensificandone il volume di fuoco.








