Come rilevato da Innocenzo Cipolletta su InPiù, continuano le revisioni Istat sul fronte della crescita. Non è una novità, ma hanno assunto dimensioni cospicue negli anni post-pandemia. Dopo la forte correzione del 2021, l’Istat ha rivalutato la dinamica del Pil nel 2022 (4%, +0,3 punti percentuali) e nel 2023: 0,9% contro una stima di 0,6 basata sui primi 3 trimestri e le informazioni congiunturali del IV; un risultato a sorpresa, in linea con lo 0,8 della previsione Nadef di settembre scorso. Tra il 2019 e il 2023 l’Italia si è espansa del 3,5%, la Spagna del 2,5, la Francia dell’1,5, la Germania dello 0,7.
Comunque si guardi a questi numeri (fuoco di paglia o meno), essi hanno costituito rispetto al passato un cambio di passo su cui nessuno aveva scommesso. La rivalutazione del 2022 ha riguardato principalmente la manifattura, cresciuta più di quel che si sapeva (+3,8%, contro lo 0,2 della precedente valutazione). Anche l’agricoltura è andata molto meglio, ma incide poco sul Pil.
La revisione dell’industria manifatturiera riflette l’acquisizione dei dati, pur parziali, sui conti effettivi delle imprese, risultati migliori delle stime su cui si basava la precedente contabilità nazionale. Ha trovato così conferma quanto si è già avuto modo di segnalare su InPiu’: l’uscita dalla pandemia è stata contrassegnata da una sorprendente (e, quindi, sottostimata) effervescenza delle imprese che hanno potuto contare, dopo molti anni, su mercati finalmente in espansione, anche per effetto delle politiche fiscali. Tale fenomeno è stato macroscopico nel 2021 ed è proseguito, interessando la manifattura, nel 2022. L’evoluzione più sostenuta dell’attività economica in tale anno si è probabilmente in parte trascinata sul 2023 (saranno i dati trimestrali di domani a dirlo), quando il traino dell’economia è stato assunto, frenando l’industria, da servizi e soprattutto costruzioni, in vista della fine del superbonus.
I conti del 2023 continuano, peraltro, a essere affetti da elevato grado di provvisorietà, mancando all’appello le informazioni strutturali sulle imprese che, come visto, influiscono in misura determinante sulle revisioni degli ultimi anni. Occorre quindi attendere per sapere come è effettivamente andata. Ma non è tutto. I conti nazionali vanno incontro a ulteriori e pervasivi cambiamenti per la revisione generale quinquennale (nuove metodologie e fonti) messa in cantiere da Eurostat per il prossimo settembre. E’, dunque, in un contesto di incertezza statistica che il governo si appresta a elaborare il Def. I nuovi dati a disposizione – in attesa della revisione di settembre in coincidenza con la Nadef – forniscono, insperatamente, ai tecnici del Mef condizioni più favorevoli di quelle su cui si preparavano a lavorare.
Certo, c’è il fatto negativo dell’appesantimento del deficit 2023 per i maggiori esborsi del superbonus, ma la base su cui poggiare le nuove stime è senza dubbio migliore di quella nota fino a qualche giorno fa. Si parte da un Pil nominale 2023 sensibilmente più alto (di oltre un punto) dei preconsuntivi non solo per la più forte crescita, ma anche e soprattutto per un’inflazione (deflatore del Pil) maggiore rispetto a quanto si conosceva (per il 2022) e si attendeva (per il 2023). Grazie principalmente a questo effetto, il rapporto debito/Pil del 2023 si è abbassato di quasi 3 punti (al 137,3%) nel confronto con la previsione Nadef, nonostante il più ampio disavanzo. Il quadro di crescita reale del 2024 dovrebbe poi avvantaggiarsi di un trascinamento dal 2023 più elevato di quanto si stimava.
La prospettiva resta peggiore dello scenario Nadef, ma il ribasso della previsione che dovrà effettuare il Mef potrebbe essere più contenuto di quanto suggerito dalle recenti previsioni di consenso. Tenendo sempre presente che il quadro andrà rivisto a settembre alla luce – oltre che, come di norma, delle tendenze della congiuntura – dei nuovi conti nazionali che si renderanno allora disponibili.








