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La guerra irrazionale di Trump e l’illusione italiana | L’analisi di Dario Fabbri

Dario Fabbri usa una metafora per spiegare il dramma dell’America. Un padre padrone stanco di reggere il peso della famiglia decide di andare in pensione: sistema i figli, distribuisce il patrimonio e si ritira in convento. Peccato che i nemici lo seguano fino nella cella di clausura che ha scelto come ritiro. «Non è che ti lasciano andare come se niente fosse», dice. «Percependo la debolezza, ti attaccherebbero immediatamente».

L’immagine vale più di cento paper accademici. E sintetizza con brutale chiarezza il paradosso al cuore della geopolitica americana contemporanea: gli Stati Uniti vogliono ritirarsi da un mondo che non riescono più a reggere da soli, ma il mondo non glielo permetterà. Non perché qualcuno li ami, anzi. Ma precisamente perché li odiano. Fabbri lo ha detto in modo nitido nella Sala Immersiva delle Gallerie d’Italia di Torino, davanti a una platea di centinaia di persone riunite per il panel conclusivo del Festival del Sarà – Dialoghi sul futuro, ospitato lo scorso 19 aprile dalla Biennale Tecnologia. Un’ora di conversazione che è stata, di fatto, una delle letture più lucide del momento storico che stiamo attraversando.

La guerra in Iran: razionale per Israele, irrazionale per gli Stati Uniti

Il punto di partenza è la guerra in corso tra Stati Uniti, Israele e Iran, «quella che i media chiamano ancora crisi», dice Fabbri con un mezzo sorriso. Una guerra che la geopolitica classica, quella razionalista di inizio Novecento, fatica a spiegare. Non perché i fatti manchino, ma perché i fatti da soli non bastano.

«Israele ha davanti a sé un paese di quasi 93 milioni di abitanti, molto giovane, con uno statuto dottrinario che prevede la sua distruzione. Se l’Iran si dotasse della bomba atomica sarebbe un guaio enorme. Quindi Israele ha un approccio comprensibile, anche se non necessariamente condivisibile».

Gli Stati Uniti, invece, no. «Si sono ritrovati in questa guerra in maniera sportiva, se passate l’aggettivo. Senza sapere niente dell’Iran. Senza un piano B, un piano C, un piano Z». E qui arriva il punto che Fabbri martella con insistenza, perché è il cuore della sua «geopolitica umana»: le guerre non sono mai solo strategia. Sono anche, e soprattutto, antropologia.

«Come finiscono gli americani in una guerra così? Non per Trump, non per Israele che lo manipola, non per gli Epstein files. La risposta è molto più semplice e per questo non la vogliamo accettare: Trump è americano. Negli Stati Uniti c’è un animo recondito, una vocazione quasi religiosa a salvare l’umanità o almeno a insegnarle come stare al mondo. Una maieutica unilaterale: ti dico io quello che devi volere e se necessario ti bombardo per estrartelo dalle viscere».

È il messianismo calvinista, che Fabbri riconosce come uno dei tratti genetici della potenza americana. «Loro pensano di essere la città sulla collina. Vedono le manifestazioni iraniane, i morti per strada, il regime che reprime, e concludono: il regime è al collasso, se lo decapitiamo la popolazione si solleverà e creerà uno stato occidentale e filo-americano. Questo è discretamente fantascientifico».

Gli iraniani non esistono, o almeno non come ce li immaginiamo in Occidente

Quello che manca agli americani e, in misura minore, anche a noi europei, è la conoscenza elementare del nemico. Fabbri porta un esempio tanto semplice quanto devastante: l’intelligenza artificiale.

«Ho chiesto a tutti i principali sistemi di AI, Anthropic, ChatGPT, Gemini, tutti addestrati su fonti occidentali, cosa vogliono gli iraniani. La risposta unanime: vogliono la democrazia, sono scollegati dal loro regime. Questo è ciò che si dice al bar dello sport. Ma in base a che cosa?»

Il punto è che «gli iraniani» come categoria unitaria non esistono. L’Iran è un impero, non uno stato nazionale. I persiani sono il 55% della popolazione, il ceppo dominante, come gli anglosassoni negli Stati Uniti. Il resto sono azeri, curdi, baluci, tagichi, turcomanni, arabi, luri: quasi 50 milioni di persone che ragionano in logiche tribali, comunitarie, profondamente diverse da quelle occidentali. «La tribù non è qualcosa di primitivo», precisa Fabbri. «È un elemento sofisticatissimo della società. Chi vive in tribù non riconosce l’individuo: ragiona in senso aggregato e considera noi occidentali bestiali, perché mettiamo le ambizioni personali sopra la comunità».

E quando la rivoluzione si affaccia, i persiani stessi vanno sulla difensiva: «Se qui crolla il regime, le minoranze quanta autonomia si prendono? Quale caos generano?» Non è sostegno del regime. È paura dell’entropia. Una distinzione che la Cnn e la Cia faticano a fare. Il caso di Mahsa Amini è emblematico: una giovane donna curda, uccisa dalla polizia morale per il velo. «Quando scoppiarono le manifestazioni nel Kurdistan iraniano, i persiani che si unirono alle proteste cambiarono il suo nome. Perché non era persiana, era curda. Questo vi dà l’idea della gerarchia interna all’impero».

Le guerre si vincono in dimensione antropologica

È qui che Fabbri introduce il suo concetto più originale: la «geopolitica umana». Un’integrazione dell’analisi classica con l’antropologia culturale, per correggere il vizio determinista e troppo razionale della disciplina tradizionale. Il modello è Giulio Cesare. «Il De Bello Gallico è un trattato militare di modesto valore tattico. È straordinario perché è un catalogo antropologico. Cesare studia il nemico: descrive le tribù celtiche, quelle germaniche, i druidi. Stabilisce chi può essere assimilato e chi no. È questa descrizione che consente ai romani di vincere».

La lezione è universale: «Le guerre si vincono sempre e soltanto in dimensione antropologica. La tecnologia è nettamente secondaria. Se non sai niente del tuo nemico, non puoi vincere. Come un’azienda che produce bulloni senza sapere niente dei concorrenti: come fa?» Gli Stati Uniti, invece, delegano la conoscenza agli esuli. «Gli esuli iraniani, in buona fede, raccontano un paese che non conoscono più, o che non hanno mai conosciuto davvero, perché si sono profondamente occidentalizzati. Cioè la Cia, in larga parte, sa dell’Iran quello che sanno gli iraniani di Los Angeles. Non è un’intelligence, è una proiezione».

L’egemonia marittima: ciò che sta davvero in gioco a Hormuz

Ma c’è un livello più profondo della guerra in Iran, che sfugge completamente al dibattito pubblico europeo. Non è una questione energetica. È una questione marittima.

«La supremazia americana su cosa si fonda? Sul controllo dei mari. Il 93% delle merci mondiali viaggia via mare. I mari si controllano attraverso gli stretti, quei passaggi obbligati tra uno specchio d’acqua e l’altro. La Marina americana garantisce il transito in tutti gli stretti più importanti del mondo: Hormuz, Bab el-Mandeb, Suez, Malacca, Gibilterra, Panama».

Se l’Iran riuscisse a chiudere anche parzialmente lo stretto di Hormuz, la posta non sarebbe energetica. Sarebbe strategica: «Scalfisce l’egemonia marittima americana. E questo, per gli Stati Uniti, è intollerabile. Per questo impazziscono su Hormuz. Per questo Trump parla di “distruggere un’intera civiltà in una notte”, un’espressione vergognosa, ma che nasce da un elemento quasi escatologico: perdere quello stretto significa perdere il dominio dei mari, che è la base di tutto».

Il paradosso è che, economicamente, gli americani non avrebbero interesse a controllare Hormuz. «Se gli iraniani mettessero un pedaggio, chi lo pagherebbe? I cinesi e noi europei. E che c’è di meglio per gli americani, che in questa fase ci detestano entrambi?» Il punto, appunto, non è economico. È la talassocrazia, il potere di mare che definisce l’ordine globale americano. Da questo deriva anche il «contro-blocco» trumpiano sui dazi: «Se dovete scalfire la nostra egemonia globale, deve crollare l’economia globale. Insieme a noi deve crollare tutto». Non è irrazionalità. È una logica imperiale applicata con la brutalità di chi sa di avere ancora i muscoli per farlo, ma non per quanto tempo ancora.

L’auto-percezione del declino: il paradosso degli imperi

Fabbri introduce poi una distinzione fondamentale, spesso trascurata: il declino reale e l’auto-percezione del declino sono due cose diverse, e l’auto-percezione può essere più pericolosa del declino stesso.

«Tutti gli imperi sono in declino permanente. Chiedi a qualsiasi potenza al culmine della sua forza come sta, ti risponde: malissimo. Perché fa proprio paura stare lassù. Ti odiano in molti, inevitabilmente. Non sei arrivato in cima perché sei stato buono».

Gli americani, però, vivono una condizione davvero inedita: «Non era mai successo nella storia dell’umanità che una superpotenza non fosse sull’Eurasia. I romani, gli ottomani, i mongoli, i britannici: tutti nell’Eurasia. Gli americani vengono dal Nord America, protetti da due oceani. Devono manutenere un sistema globale, davvero globale, non solo economicamente, in un mondo di 8 miliardi di persone, di cui la stragrande maggioranza non li vuole e non ci pensa proprio a volerli».

Da questo nasce il wokismo, dice Fabbri in un’analisi originale: «La crisi d’identità è enorme. Loro sono convinti di stare al mondo per redimere l’umanità. Se scopri che l’umanità non ti vuole, ti vergogni di quello che sei stato. Il wokismo nasce da questo: chiediamo scusa al mondo perché abbiamo scoperto che il mondo non ci vuole».

Il ritiro impossibile: perché gli americani non possono andarsene

Il sogno americano di Trump, ritirarsi nel continente, consolidare il Nord America, Groenlandia, Venezuela, Cuba, è comprensibile nella sua logica di base. «Non era mai successo che una superpotenza potesse dire: ho il vantaggio di tornarmene a casa, non sono incastrato nell’Eurasia». Ma è impossibile nella pratica.

«Gli imperi non vanno in pensione. Non è che un imperatore dice: sono stanco, mi ritiro. Nel momento in cui annunci qualcosa del genere, i nemici, e ce ne sono tantissimi, non solo in Europa occidentale che è fuori dal mondo, ma ovunque, ti attaccano. Ti seguono fino nella cella di clausura. Percepiscono la debolezza e la sfruttano immediatamente».

La prova è nei numeri, non nelle parole: «Trump ha passato mesi a dire che la Nato è una tigre di carta. Nel frattempo, i militari americani in Europa sono aumentati di 500 unità. Non è che se dici una cosa la puoi fare. Vale per le vite delle persone, figurarsi per una superpotenza».

L’Italia, la spesa militare e il malinteso con Trump

Nel quadro geopolitico che Fabbri disegna, l’Italia occupa una posizione scomoda: quella di un paese che ha creduto di poter fare da ponte tra Trump e l’Europa, salvo scoprire che quando arriva il conto, cioè quando gli americani chiedono qualcosa di concreto, la cambiale è impossibile da pagare.

«L’Italia è il paese più vecchio del mondo: 48,5 anni di età media. Una società così anziana ha paura anche della sua ombra. Ma di tutto ciò che puoi chiedere nell’immediato, gli americani chiedono di andare a morire nello stretto di Hormuz. Chi pensi che ci vada?»

Il malinteso è strutturale: «Noi abbiamo detto sì all’aumento della spesa militare pensando fosse una questione di manifattura. Un mio interlocutore americano mi ha detto: “Ma hanno capito? L’opinione pubblica ha capito?” Dico: guarda il dibattito pubblico italiano. Noi non abbiamo chiesto di produrre armamenti. Abbiamo chiesto di imbracciarli. Risposta: impossible».

Quanto alla Germania, la retorica del riarmo si scontra con la stessa realtà sociologica: «I tedeschi sono uguali a noi. Anziani, paurosi, convinti che il mondo parli inglese. Produrre armamenti è una cosa. Trasformare la propria società è un’altra. La guerra non riguarda solo chi mandi al fronte: riguarda l’intera popolazione, sempre, perché si vince solo se tiene l’opinione pubblica».

La parola per il futuro: consapevolezza

Alla fine del dialogo, chiedo a Fabbri, come vuole il rituale del Festival del Sarà, una parola da mettere nella pecorella, la mascotte del festival che raccoglie idee per il futuro. Fabbri esita un attimo. Poi: «Consapevolezza».

Non è un’utopia. Non è un programma politico. È quasi un avvertimento: «Siamo tutti molto spaventati, anche legittimamente, dal tempo storico in cui viviamo. Ma se questo spavento ci insegnasse a guardare un po’ fuori dal nostro recinto, a guardare oltre, sarebbe già molto. Il poeta diceva che chi è consapevole è triste per definizione, e chi è inconsapevole attraversa la città saltellando. Però a volte la consapevolezza può tornare utile».

È una conclusione quasi crepuscolare, per un’analisi che non concede molte illusioni. Il mondo che emerge dalle parole di Fabbri non è un mondo in cerca di equilibrio: è un mondo in cui la potenza dominante è stanca ma non può cedere, in cui le guerre si perdono per ignoranza antropologica, in cui i nostri mari sono controllati da chi ci detesta e noi non sappiamo nemmeno dove si trovino gli stretti. Ma è il mondo reale. E guardarlo in faccia, senza filtri consolatori, è forse il primo e più urgente atto politico che ci è rimasto.

Dario Fabbri è direttore di Domino e tra i più autorevoli analisti geopolitici italiani. Il Festival del Sarà – Dialoghi sul futuro, ideato da Antonello Barone, è giunto alla sua undicesima edizione. I prossimi appuntamenti sono a Bologna il 12 maggio 2026 e a Termoli il 17-19 luglio in Piazza Duomo.

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