Secondo un’indagine del giornalista Davide Maria De Luca del Post, risalente al 2017, in quell’anno le intercettazioni in Italia erano 114mila, a fronte di circa 40mila in Francia, 23mila in Germania e poco più di 3mila nel Regno Unito.
In Italia il numero è poi calato, ma ha ripreso ad aumentare sensibilmente.
In Francia, secondo dati disponibili sul web (e non verificati), lo Stato nel 2024 ha speso 29 milioni di euro per le requisitions judiciaires, che comprendono le intercettazioni propriamente dette, ma anche altre attività.
Rinegoziando le tariffe con le compagnie telefoniche, lo Stato francese sperava di risparmiare nel 2025 circa 10 milioni di euro.
Soprattutto la Francia ha introdotto una piattaforma nazionale, la PNIJ, affidata a un’Agenzia statale, alla quale la magistratura, la polizia, l’amministrazione delle dogane, ecc. debbono obbligatoriamente rivolgersi anche soltanto per avere i dati identificativi di un abbonato o la geolocalizzazione di un apparecchio, e tra i vari servizi anche per le intercettazioni.
Tutto ciò, secondo dati ufficiali del rapporto sulle spese di giustizia al Senato francese del 1° ottobre 2025, ha portato a un risparmio complessivo di 200 milioni di euro tra il 2015 e il 2024.
Da noi, per le sole intercettazioni abbiamo speso 203 milioni nel 2021, 231 milioni nel 2022, 239 milioni nel 2023, 273 milioni nel 2024, 321 milioni nel 2025, con un aumento dal 2021 del 53%.
Preoccupa più l’aumento del numero delle intercettazioni che dei costi.
Questi ultimi non sono in sé particolarmente preoccupanti, se non per il bilancio del Ministero della Giustizia, che in sé, tolte le spese incomprimibili per il personale e le carceri, è modesto, soprattutto ora che finiscono i fondi del PNRR.








