Non è la prima volta – ricorda sul Messaggero Luca Ricolfi – che, da quando esistono i test internazionali “Pisa” sul livello degli apprendimenti degli studenti, viene denunciato il gender gap in matematica, ossia il fatto che il punteggio delle ragazze sia sistematicamente inferiore a quello dei ragazzi.
Una denuncia che ha preso ulteriore vigore quest’anno, quando si è appreso che in nessun altro Paese avanzato il gender gap è alto come in Italia.
Legioni di commentatori e soprattutto commentatrici si sono esercitate a denunciare gli stereotipi di genere, i luoghi comuni, i pregiudizi che, convincendo le ragazze di non essere portate per la matematica, alimenterebbero vissuti di insicurezza, ne aumenterebbero l’ansia di fronte ai test, le convincerebbero ad evitare le carriere scientifiche (lauree Stem), e le indirizzerebbero verso percorsi di studio svalutati e alla fine poco gratificanti, come l’insegnamento.
Io trovo tutto questo abbastanza umiliante per le studentesse, e per le donne in generale.
Se fossi una donna mi sentirei mal descritta, e trattata con poco rispetto.
E questo per diverse ragioni.
Primo, è abbastanza umiliante che, ogni qualvolta una donna compie una scelta tradizionale, come sposarsi, avere figli, fare l’insegnante, lavorare part-time o non lavorare, scatti il pregiudizio per cui tale scelta sarebbe frutto di condizionamenti, a partire dai ruoli appresi nei primi anni di vita attraverso i giochi ricevuti, gli abiti indossati, i modelli trasmessi dalla famiglia.
Secondo, è strano che lo stigma dell’handicap, dell’inadeguatezza, e della necessità di riorientamento, sia riservato alle donne, e che i maschi ne siano sostanzialmente esenti.
Perché drammatizziamo il gap in matematica, sfavorevole alle ragazze, e non diciamo nulla sul gap in lettura, in cui sono i ragazzi a essere molto indietro rispetto alle ragazze?
C’è anche una terza ragione, però.
Ed è che nessuno ha preso in considerazione l’ipotesi che il nostro (di noi donne) handicap in matematica sia dovuto al fatto che né i test “Pisa” né i test Invalsi misurano davvero la capacità matematica, che è innanzitutto capacità di astrazione e deduzione.
Basta esaminare il contenuto (e il formato a quiz!) delle batterie di domande, per rendersi conto che misurano prevalentemente altre abilità, di tipo più pratico, tecnico, calcolistico.
Se misurassero davvero l’abilità matematica, quasi certamente l’handicap sparirebbe.








