L’elaborazione del quadro macroeconomico Nadef, base della prossima legge di bilancio, è frenato più dalla congiuntura che dalle attese. Le cattive notizie arrivano in primo luogo sul fronte della crescita. Il dato definitivo del Pil nel II trimestre (-0,4%) accentua la flessione rilevata nella stima preliminare, ridimensionando l’acquisito di crescita per il 2023 allo 0,7%. È la domanda interna a indebolirsi principalmente per il forte regresso degli investimenti in costruzioni.
Anche i consumi pubblici si riducono, risentendo del progressivo ritiro dei trasferimenti alle famiglie, mentre sono stabili quelli privati sostenuti da una dinamica dell’occupazione che compensa l’erosione dei redditi pro-capite causata dall’inflazione. L’export si contrae nella stessa misura dell’import, con un conseguente contributo nullo al Pil. Dal lato della produzione, tutti i settori mostrano un segno meno, marcato nelle costruzioni, ancora lieve nei servizi. Al di là degli sfasamenti temporali tra i paesi, il ciclo italiano appare inserito in quello europeo, in cui stretta monetaria e perduranti difficoltà tedesche delineano una situazione di debolezza dell’area euro che va oltre il II trimestre.
Gli indicatori congiunturali estivi continuano infatti a essere sfavorevoli, talché anche la possibilità per l’Italia di conseguire la crescita finora acquisita (contro una previsione Def per il 2023 dell’1%) è ad alto rischio. Il rallentamento si riverbera poi sul 2024 quando le tendenze al momento prevedibili (Pil in prossimità dell’1%) si collocano sotto gli obiettivi del Def (1,5%). Ma i problemi del governo nel compilare un quadro macro non troppo penalizzante per la finanza pubblica vengono anche dal fronte dell’inflazione misurata dal deflatore del Pil, in sensibile frenata negli ultimi dati.
Pur considerando la volatilità che caratterizza questa misura, la previsione per il 2023 contenuta nel Def (4,8%) sembra elevata, dati gli andamenti passati (4,5% nel primo semestre) e quelli in corso (decelerazione dei prezzi interni). Minor rialzo del Pil reale e più bassa inflazione si cumulano nel fiaccare il Pil nominale, variabile rilevante per i saldi della Pa. Gli effetti dell’evoluzione macro sulla finanza pubblica, rispetto a quanto si prevedeva nel Def, potrebbero dunque essere più ampi di quelli su cui si concentra attualmente l’attenzione guardando solo all’impatto della minore crescita reale.








