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Il mercato energetico globale è ormai una catena tirata oltre il limite | Lo scenario dell’AD di Eni Claudio Descalzi

il mercato energetico globale è ormai una catena tirata oltre il limite.

L’energia assomiglia sempre più a un mare che sembra calmo fino a quando, all’improvviso, cambia il vento.

E quando cambia il vento il timone tocca al capitano.

Claudio Descalzi, amministratore delegato dell’Eni, davanti alla Commissione Attività produttive della Camera, ha provato a raccontare proprio questo: il motore dell’Europa continua a girare, ma i rumori provocati dal vento sono tutt’altro che rassicuranti.

L’allarme non riguarda tanto il rischio di rimanere senza gas.

Almeno non per l’Italia.

Il problema è un altro, molto più subdolo.

Dal primo gennaio 2027, con la definitiva uscita di scena delle residue forniture russe, il continente dovrà sostituire circa 36 miliardi di metri cubi di metano.

Una partita che, secondo l’amministratore delegato di Eni, sarà giocata soprattutto sul gas naturale liquefatto proveniente dagli Stati Uniti e da altri esportatori.

Le molecole si troveranno, ma il conto sarà molto più salato.

Perché il mercato energetico globale è ormai una catena tirata oltre il limite.

Cinque anni di crisi consecutive hanno consumato ogni margine di sicurezza.

Prima la pandemia, poi la guerra tra Russia e Ucraina, infine le tensioni nel Golfo Persico.

Tre onde che non hanno dato al sistema il tempo di tornare in equilibrio.

Ogni volta che sembrava possibile ricostruire le scorte, arrivava un’altra tempesta a svuotare il magazzino.

È come guidare un’automobile senza ruota di scorta.

Finché la strada resta liscia tutto funziona.

Ma basta una buca perché il viaggio diventi un problema.

Ed è proprio questa fragilità che preoccupa Claudio Descalzi.

Le tensioni nello Stretto di Hormuz non mettono a rischio soltanto il passaggio del greggio.

In quel corridoio marittimo transitano ogni giorno circa cinque milioni di barili di prodotti raffinati e oltre un quinto del gas naturale liquefatto mondiale.

Per l’Europa il vero punto debole non è tanto il petrolio quanto ciò che viene dopo: diesel e carburante per gli aerei.

Negli ultimi anni il continente ha progressivamente smontato pezzi della propria industria della raffinazione.

Circa il 20% della capacità è stato perso, aumentando la dipendenza dalle importazioni proprio mentre il mondo diventa meno stabile.

È il classico paradosso europeo: si chiudono gli ombrelli perché il cielo è sereno e poi ci si sorprende quando arriva la pioggia.

Sul fronte italiano il quadro appare meno drammatico.

Gli stoccaggi di gas viaggiano intorno al 72% e dovrebbero raggiungere il 90% entro ottobre, superando gli obiettivi fissati da Bruxelles.

A questo si aggiunge la rete di rigassificatori che garantisce una maggiore elasticità negli approvvigionamenti.

Ma Claudio Descalzi insiste su un punto che spesso sfugge al dibattito politico.

Sicurezza delle forniture e prezzi sono due partite diverse.

Anche con i depositi pieni, il costo del gas continuerà a determinare quello dell’elettricità.

È una caratteristica del mercato italiano, dove il metano resta il principale regolatore del prezzo finale dell’energia.

Le rinnovabili possono certamente crescere, osserva il manager, ma senza batterie e sistemi di accumulo sufficienti non possono ancora sostenere da sole il peso della rete elettrica.

Per questo la sicurezza energetica, nella visione di Eni, dovrà poggiare su due pilastri: una diversificazione geografica, con investimenti distribuiti tra Africa, Sud America e Sud-Est asiatico, e una diversificazione tecnologica che comprenda biocarburanti, idrogeno, nuovo nucleare e fonti rinnovabili.

Una transizione che, secondo Claudio Descalzi, dovrà dimostrare di reggersi anche economicamente e non vivere esclusivamente di incentivi pubblici.

Ma il passaggio più politico dell’audizione arriva quando il discorso si sposta dalla molecola alla fabbrica.

Dall’energia alla chimica.

È qui che Claudio Descalzi abbandona la prudenza del tecnico e assume il tono di chi presenta un atto d’accusa.

L’Europa, sostiene, ha progressivamente demolito un settore strategico.

Mentre il continente perdeva impianti e competenze, Eni ha scelto una strada opposta, continuando a investire in Versalis e nella riconversione industriale dei poli di Gela, Venezia e Livorno verso le bioraffinerie.

I numeri servono a dare peso all’argomentazione.

In Europa la crisi della chimica ha cancellato oltre 140 mila posti di lavoro.

Versalis, invece, è passata da seimila a ottomila dipendenti.

Nessuna ora di cassa integrazione, nessun licenziamento, nonostante una montagna di perdite che sfiora i nove miliardi di euro e ricapitalizzazioni annuali comprese tra i seicento e i settecento milioni.

È una rivendicazione industriale ma anche politica.

Claudio Descalzi rovescia una delle accuse più frequenti rivolte alle grandi imprese energetiche: quella di inseguire soltanto i profitti.

La tesi è opposta.

Secondo il numero uno di Eni, mantenere in vita la chimica italiana è costato moltissimo, ma ha evitato di disperdere competenze, occupazione e capacità produttiva che oggi, in un mondo attraversato da crisi geopolitiche continue, valgono quasi quanto un nuovo giacimento.

Chi smonta le proprie fabbriche nella convinzione di poter comprare sempre tutto altrove rischia di scoprire, a sue spese, che il mercato non è un supermarket aperto ventiquattr’ore su ventiquattro.

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