Quasi 500 anni sono ormai passati da quando Galeazzo Florimonte, vescovo di Sessa Aurunca, ispirò monsignor Giovanni Della Casa a redigere il famoso Galateo, cioè il noto trattato sui costumi che è passato alla storia come lo scrigno delle buone maniere.
A rileggerlo, viene quasi da ridere: molte di quelle regole sono ormai scolorite, antiquate, superate.
Ma non sembra superato il metodo, cioè l’idea che le regole comportamentali debbano rintracciarsi in qualche decalogo polveroso da osservare pedissequamente.
Non vogliamo invece accorgerci che, nella società massmediatica e “socializzante” in cui viviamo, le regole le fa l’ambiente che ci circonda e ancor più i comportamenti di coloro che noi percepiamo (o che ci vengono propinati) come modelli.
I più giovani, in particolare, subiscono un bombardamento quotidiano, specie attraverso i social, che condiziona pesantemente i loro comportamenti, conformandoli ai modelli riconosciuti come vincenti.
Così gli opinion maker di oggi sono coloro che “osano” di più.
Uno, appena approdato sulla Rai, per aver, per anni, giocato a videogame demenziali; un altro conquista Sky Uno e poi Mediaset per aver inventato la saga “scorregge sui politici”; un altro ancora conduce con Belén Rodriguez “Tu si que vales”, dopo avere prodotto video filosofici sulla condizione esistenziale al tempo di WhatsApp.
Non parliamo dei comportamenti violenti e volgari di tanti rapper che incitano alla lotta migliaia di giovani nelle periferie del mondo, né della fabbrica di veline e intrattenitrici che quotidianamente avvia all’antico mestiere la piattaforma “OnlyFans”.
E che dire di molti idoli del calcio, cui si ispirano milioni di ragazzini italiani (e non)?
Non ci accorgiamo dei loro quotidiani improperi verso l’arbitro, gli avversari, i tifosi?
Non avvertiamo come grave e antisportivo il continuo fingere di essere stati gravemente feriti in falli inesistenti per rialzarsi incolumi un minuto dopo?
O l’ostinato perdere tempo quando la propria squadra è in vantaggio?
Pensiamo davvero che questi comportamenti non ne orientino altrettanti, ad ogni latitudine, prevalendo su qualsivoglia decalogo di buone maniere che possa essere stato scritto in qualunque epoca da chicchessia?
Purtroppo, penso di no.
Penso che le buone maniere siano state ormai riposte sullo scaffale accanto al Galateo.
E che solo un incontro casuale, con qualche esempio virtuoso, possa farci riflettere su quanta diseducazione questa nostra società stia producendo, salvo poi lamentarci di come essa sia divenuta inabitabile.
E, in effetti, qualche esempio virtuoso c’è.
Come Jannik Sinner: un atleta molto giovane, molto serio, educato e professionale che da qualche tempo è piombato nelle vite di tutti noi.
Come una cometa, un fenomeno talmente strano e inusuale che quasi ci appare alieno, fuori tempo e fuori posto.
Per questo, penso che Jannik Sinner incarni una speranza.
Non solo perché è bravo, bravissimo a giocare a tennis, ma soprattutto per come si atteggia dentro e fuori dal campo; per la sua compostezza, cortesia e ferma determinazione al contempo.
Mi domando infatti chi altri, a quell’età, avrebbe rifiutato la passerella di Sanremo, avrebbe detto che non è interessato ai beni voluttuari ed avrebbe confessato di badare al prezzo di ciò che mangia al ristorante (non perché è tirchio ma) perché rispetta il valore del denaro, che per lui equivale a fatica e lavoro.
Chi altri avrebbe interrotto un match per soccorrere uno spettatore colpito da malore sugli spalti?
E chi ne avrebbe finito uno, stringendo i denti, nonostante un infortunio gli impedisse di competere?
C’è solo da sperare che Jannik Sinner continui a vincere.
Perché se il suo sempre più lungo palmarès dovesse interrompersi, anche il suo modello declinerebbe rapidamente.
Anzi, qualcuno potrebbe imputare il suo declino proprio a quel suo modo di essere: troppo umile, poco telegenico, poco accattivante.
E allora forza Jannik, non mollare.
A vincere non sei solo tu.
Ma anche tutti coloro che ancora credono nella cultura dello sport, del lavoro e del vivere civile.
E che finora hanno sempre perso.








