Sul Corriere della Sera, Beppe Severgnini commenta la vittoria in Champions League di Carlo Ancelotti (la quinta con il Real Madrid, la settima in totale), che ha spinto il Financial Times a lodarne la saggezza spensierata.
«Il valore dell’età di Ancelotti non è la prudenza.
È quasi il contrario: una sfida alle convenzioni, nata dal fatto di non preoccuparsi più della propria reputazione.
Parte della sua spensieratezza è innata, senza dubbio.
Ma è cresciuta, non diminuita, con il tempo».
Che gli inglesi filosofeggino quando perdono — nessuna squadra britannica tra le sei finaliste europee — è noto, e ammirevole.
Ma l’intuizione del quotidiano londinese va oltre un uomo e uno sport.
Parla del tempo che rotola via, ed è più difficile da gestire di un pallone.
Un pallone, con un po’ di tecnica, si può stoppare.
Il tempo, no.
Carlo Ancelotti si illude, si entusiasma, si arrabbia, ci rimane male (parlategli dell’esperienza a Napoli!).
Quando accade non lo nasconde, a differenza di tanti colleghi che soffrono sorridendo e poi, un giorno, esplodono (ogni riferimento a Max Allegri non è puramente casuale).
Ancelotti sembra aver fatto pace con gli anni, con la gente e con le cose.
È già nonno, lavora con il figlio.
L’esperienza è il suo psicofarmaco: tra tutti, il più efficace.
Carlo Ancelotti, vincitore della Champions League, ha 64 anni; Gian Piero Gasperini, allenatore della mirabolante Atalanta, dominatrice della Europa League, ha 66 anni.
Uno emiliano, l’altro piemontese.
Entrambi hanno dimostrato – non da oggi – di conoscere il mestiere.
Sanno come disporre le squadra in campo e come trattare i giocatori.
Nessuno dei due finge d’essere un ragazzo.
Tanti sessantenni e settantenni, invece, credono d’ingannare il tempo mentendo a sé stessi.
Alcuni cercano notti troppo lunghe, sostanze troppo rischiose, ragazze troppo giovani, auto troppo veloci.
Molti altri si sfogano sul lavoro: inseguono i vecchi successi, non lasciano strada a nessuno, si battono per incarichi che ormai spetterebbero ad altri.
Aver successo da anziani è possibile, e non c’era bisogno di Carlo Ancelotti per capirlo.
Ma occorrono doti nuove.
Bisogna capire che l’intelligenza sintetica ha sostituito l’intelligenza innovativa; che rinunciare e restituire diventano verbi importanti.








