In Italia, analogamente ad altri Paesi europei, nei periodi antecedenti la pandemia si è applicata una politica di razionalizzazione dell’offerta di cure ospedaliere che ha determinato la progressiva riduzione del numero dei posti letto.
Questa scelta è stata favorita dai progressi tecnologici e dalla crescente prevalenza di malattie croniche sempre più curabili in strutture territoriali e in ambiente domiciliare, con conseguente parziale sostituzione del ricovero in regime ordinario.
È quanto emerge dai dati del focus ISTAT sulle condizioni di salute e offerta sanitaria nelle città metropolitane.
Al 1° gennaio 2021 sono presenti 1.051 strutture di ricovero (pubbliche e private accreditate), di cui 392 ubicate nei territori metropolitani, per un totale di 230.992 posti letto ordinari e in day hospital, ovvero 3,9 posti letto ogni 1.000 abitanti, mentre nelle città metropolitane tale rapporto sale a 4,3.
Il ruolo baricentrico e attrattore di servizi tipicamente svolto dai capoluoghi metropolitani, è confermato anche dall’elevata dotazione infrastrutturale ospedaliera concentrata in questi territori (7,2 posti letto totali ogni 1.000 abitanti nel 2021) rispetto ai territori satellite (1,9 per 1.000 abitanti nei comuni di prima cintura e 2,1 nei comuni di seconda cintura).
In particolare, la città metropolitana di Cagliari ha la maggiore dotazione di posti letto per acuti (5 per 1.000 abitanti), quella di Bologna per lungodegenza (0,4 posti letto per 1.000 abitanti) e quella di Torino per riabilitazione (0,7 posti letto per 1.000 abitanti).
Nella città metropolitana di Roma c’è la più alta concentrazione di posti letto (ordinari e in day hospital): quasi 82 posti letto su 100 presenti nel Lazio sono offerti da strutture ospedaliere ubicate nel territorio metropolitano.
La mobilità ospedaliera interregionale è ormai un fenomeno strutturale che caratterizza i sistemi sanitari: nel triennio 2007-2009 a livello italiano riguardava 7,4 dimissioni ogni 100 mentre dopo 10 anni (triennio 2017-2019) si rileva un incremento di quasi una dimissione ogni 1.000.
Nel 2020 si assiste inevitabilmente a una riduzione del fenomeno, mentre nel 2021, con l’allentamento delle misure restrittive tese al contenimento dell’ondata pandemica da Covid-19, gli spostamenti mostrano segnali di ripresa, sfiorando otto dimissioni ospedaliere ogni 100.
Nella città metropolitana di Reggio Calabria, nel 2021, sfiora quota 24% (quasi un paziente su quattro), dato in crescita rispetto ai trienni 2007-2009 e 2017-2019 e quattro volte superiore alla media del complesso delle città metropolitane.
Significativa mobilità anche dalla città metropolitana di Genova verso le altre regioni, con valori che si avvicinano al 10%.
Nelle città metropolitane i decessi evitabili (ovvero i decessi che avvengono nella fascia di età 0-74 che potrebbero essere evitati o ridotti in quanto riconducibili a cause di morte contrastabili con un’adeguata e accessibile assistenza sanitaria, con la diffusione di stili di vita più salutari e con la riduzione dei fattori di rischio ambientali), nel 2021, sono circa 20 ogni 10mila abitanti (19,2 a livello Italia) con un incremento del 16,6% rispetto alla media del periodo 2017-2019.
Il trend della mortalità evitabile nelle città metropolitane è determinato prevalentemente dalla crescita della componente prevenibile che si attesta a circa 13 decessi ogni 10mila nel 2021 e nel 2020 (12,8 a livello Italia).
Da segnalare che la crescita della mortalità prevenibile è dovuta in gran parte ai decessi causati da Covid-19, pari a 3,5 nel 2021 e 3,3 nel 2020 ogni 10mila abitanti.
Le città metropolitane del Mezzogiorno segnano i valori più critici della mortalità evitabile (esclusa Cagliari che si posiziona sotto il valore medio) che raggiunge il suo massimo nella città metropolitana di Napoli (27,1 per 10mila nel 2021), seguita da Messina e Palermo (circa 23 ogni 10mila).








