Nei mesi scorsi è partito in Italia un dibattito sul rapporto tra verità scientifiche e cambiamento climatico che a dire il vero era forse necessario.
Federico Rampini ha affidato a un video-editoriale una sua teoria piuttosto estrema.
Rampini ricorda che un articolo pubblicato su Nature, la più prestigiosa rivista scientifica del mondo, nel 2024 che quantificava i danni del cambiamento climatico nel 70 per cento del PIL al 2100, era stato ritirato dalla rivista (retraction) dopo la scoperta di pervasivi problemi nei dati.
Secondo Rampini l’episodio, ignorato dai media, dimostrava che in gran parte dell’accademia e della stampa esiste un atteggiamento dogmatico favorevole alle teorie del cambiamento climatico, specie nelle versioni più catastrofistiche.
Un articolo sul Fatto Quotidiano rigettava questa interpretazione e sosteneva che i dati sbagliati riguardassero un solo paese marginale, l’Uzbekistan, e che le stime delle perdite fossero sostanzialmente invariate.
Su una linea meno drastica, ma comunque critica di Rampini, il popolare divulgatore scientifico Telmo Pievani ha spiegato che i dati problematici effettivamente riguardavano solo l’Uzbekistan e per 5 soli anni, ma che l’effetto era significativo.
Secondo Pievani dopo il ritiro dell’articolo (volontario secondo lui da parte degli autori), gli scienziati erano alacramente al lavoro per capire la natura dell’effetto.
In ogni caso, spiega Pievani, questa è la forza della scienza: tentativo, errore, correzione, nuova teoria.
Sono piuttosto curioso e quindi sono andato a guardarmi gli articoli originali per capire chi avesse ragione.
Parafrasando Paolo Sorrentino si potrebbe dire che ‘hanno tutti torto’.
Rampini ha sicuramente torto nel sostenere che l’articolo fosse una truffa deliberata basata su una valanga di dati manipolati.
In effetti i dati che cambiano sono pochissimi, solo le regioni dell’Uzbekistan dal 95 al 2000.
Il problema è che quei dati sono davvero anomali e riportano variazioni di PIL per il paese asiatico nell’ordine del +/- 90 per cento da un anno all’altro.
Sono evidentemente assurdi e fuori scala, e per questo hanno un effetto notevole sulle stime.
La complessità degli effetti di interrelazione poi ha fatto il resto.
Ed alla fine è sicuramente sbagliato dire sia che l’effetto sulle stime è minimo (Fatto), sia che i ricercatori stiano rifacendo i calcoli (Pievani): l’articolo che ha contestato la ricostruzione di quello originario infatti ‘i calcoli’ li ha già rifatti.
L’effetto diventa simile a articoli precedenti, nell’ordine del 15/20 per cento del PIL.
Una misura che è difficile comparare con le perdite di PIL che ci accolliamo per le politiche ‘net zero’.
Settantacinque anni di mancata crescita (da oggi al 2100) possono infatti essere ampiamente superiori a una perdita del 20 per cento.
La divergenza tra Stati Uniti ed Europa negli ultimi 15 anni, ad esempio, ha di fatto avuto questa dimensione.
In soli 15 anni!
Nel complesso, quindi, mentre è verissimo che l’episodio dimostra ampiamente che la scienza è ancora capace di autocorreggersi ed è quindi importante preservare la fiducia nel metodo scientifico, non è invece vero che invocare verità scientifiche su fatti su cui c’è una notevole incertezza, basate su singole o anche molte fonti, sia appropriato.
Non è un atteggiamento ‘scientifico’.
Non è tanto la scienza ad essere deragliata (come sostiene Rampini), ma chi usa la ‘scienza’ con atteggiamento dogmatico per sostenere tesi politicissime.
La scienza, d’altronde, come tutte le attività umane è fallibilissima e governata da uomini.
In quanto tale è suscettibile soprattutto nel breve periodo di distorsioni ideologiche ed è ragionevole ipotizzare, come fa Rampini, che ci sia stata negli ultimi decenni un effetto bandwagon nella ricerca ambientale per cui la ricerca era tanto più ‘accettabile’ quanto più sosteneva effetti catastrofici del cambiamento ambientale.
Fino ad arrivare al nostro articolo su Nature.
È vero che i dati sbagliati nell’articolo erano pochissimi, ma questo solleva due considerazioni:
Come mai i ricercatori non hanno visto dati assurdi come -90% di Pil da un anno all’altro nel database?
Esiste francamente il dubbio che risultati comodi o straordinariamente interessanti e la garanzia di pubblicazione prestigiosa sia la vera ragione per cui quelle anomalie siano state ignorate.
E anche per cui un risultato così abnorme sia stato accettato da Nature.
Possiamo davvero fare titoli di giornale su risultati di modelli di previsione a 75 anni che mostrano una sensibilità così forte a condizioni marginali, come i dati delle regioni di un piccolo stato asiatico per 5 anni?
Le stime corrette, peraltro, oltre al minore impatto medio stimato, mostrano anche che la variabilità (ossia l’inaffidabilità di quelle stime) è altissima, molto più alta di quelle dell’articolo incriminato.
Complessivamente, quindi, il tramonto della fiducia nella scienza non è per niente auspicabile né credo imminente, ma non c’è atteggiamento meno scientifico in casi come questi di quello di chi urla: ‘lo dice la scienza’!
La scienza si corregge, a differenza di altre forme di conoscenza, ma questo può richiedere anni o anche decenni, e gli incentivi degli esseri umani, di qualunque professione, nel frattempo possono essere tranquillamente distorti da convenienze ed ideologie.








