I Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo sono i maggiori produttori di acqua desalinizzata: oltre il 40% della produzione mondiale e il 60% degli impianti del mondo per dissalare l’acqua marina è nella regione.
L’Arabia Saudita è già oggi il più grande produttore di acqua dissalata al mondo con 22,9 milioni di metri cubi al giorno.
Secondo i dati raccolti dal Global Water Intelligence, un centro di analisi specializzato, il Paese è al primo posto seguito dagli Stati Uniti con 15,5 milioni di metri cubi e dalla Cina con 12,2 milioni di metri cubi.
L’Arabia Saudita è al primo posto a livello mondiale per capacità, seguita dagli Emirati Arabi Uniti.
Gli impianti di desalinizzazione negli Emirati forniscono più del 90% dell’acqua potabile per la popolazione locale, così come in Kuwait; in Oman l’86% e in Arabia Saudita il 70%.
Un attacco mirato contro questi impianti di desalinizzazione potrebbe causare una crisi umanitaria grave e immediata, perché milioni di persone dipendono da tali infrastrutture.
Gli impianti consumano grandi quantità di energia ed emettono grandi quantità di gas serra.
A seconda del livello di salinità e del metodo di desalinizzazione utilizzato, la desalinizzazione richiede un elevato consumo di energia che, ad esempio nel caso dell’osmosi inversa – il metodo più diffuso –, varia da 2,5 a 4,0 kWh per metro cubo.
Ciò significa che l’impianto Ghubrah 3 dell’Oman, con una capacità di 300.000 metri cubi al giorno, emetterebbe almeno 295 tonnellate di anidride carbonica al giorno, equivalenti a 69 autovetture a benzina guidate per un anno.
Un ulteriore problema riguarda l’impatto sulle falde acquifere, soprattutto se un impianto di desalinizzazione viene costruito nell’entroterra: eventuali perdite dalle condutture possono provocare l’infiltrazione di acqua salata, e quindi diventano un pericolo per le falde.
Inoltre, tali impianti hanno anche impatti sull’ambiente marino a causa dello scarico della salamoia residua e dunque contribuiscono all’aumento della temperatura dell’acqua.








