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Francesco Grillo (Il Messaggero): «Le banche e il loro ruolo nella transizione ecologica»

«Perché le banche non salveranno il mondo». Questo è il titolo di un editoriale dell’Economist, da cui Francesco Grillo ha fatto partire una riflessione sul ruolo delle banche e delle imprese private nella battaglia al cambiamento climatico.

Secondo quanto ha scritto sul Messaggero, l’autorevole settimanale finanziario ridimensiona la portata degli annunci che hanno dominato la prima settimana della Cop26 di Glasgow. Secondo l’ultimo rapporto dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), infatti, per rispettare gli impegni sul cambiamento climatico del comunicato finale del G20 della settimana scorsa a Roma, bisogna infatti investire circa 4.000 miliardi di dollari all’anno in energia a basso tasso di carbonio all’anno per i prossimi otto anni.

È uno sforzo che necessita un’imponente riallocazione di investimenti da attività più inquinanti ad altre che lo sono di meno e che può – da solo – valere una “missione” nuova che rivitalizzi istituzioni finanziarie che non sono, mai, completamente uscite dalla crisi che nel 2008 le tolse forza.

L’Unione Europea sta costruendo una vera e propria tassonomia che identifica attività economiche sostenibili e obbliga le banche a misurare – dal prossimo anno – quanto esse pesano sui finanziamenti erogati e le obbligazioni sottoscritte. Tuttavia, questo processo pone almeno tre grossi problemi concettuali: Innanzitutto, c’è il problema di perimetrare cosa è un’attività economica e stabilire se essa è sostenibile.

In secondo luogo, basare le valutazioni per “attività economiche” può portare all’effetto di ridurre gli investimenti proprio nei settori che risultano a rischio più alto – tutti quelli energetici, ma, più in generale, quelli manifatturieri – che, però, di finanziamenti hanno maggiore bisogno per poter riorganizzare i propri processi produttivi.

Infine, c’è la questione di allargare la valutazione ambientale per arrivare fino a quella della gestione interna di un’azienda: ciò è utile per rafforzare la protezione di diritti umani già tutelati dalla legge, ma rischia di rendere la valutazione ancora più complessa e ridurre proprio l’autonomia di imprenditori che devono poter decidere per innovare.

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