Angelo Panebianco sul Corriere parte dalla vicenda dei dazi per descrivere l’equilibrio dei poteri negli Usa: “Nei mesi scorsi in Italia – sottolinea l’editorialista – tanti commentatori hanno dato per scontato che, siccome la Corte è dominata dai conservatori, avrebbe seguito come un fedele cagnolino le istruzioni del presidente. Il caso della Corte suprema veniva spesso citato per dimostrare quanto fossero deboli gli argini costituzionali a salvaguardia delle libertà a fronte di un presidente con una vocazione autoritaria.
Sorpresa: le cose, quanto meno da quelle parti, non funzionano così. Le istituzioni hanno una loro forza autonoma e chi ne è membro, per lo più, ne è consapevole e cerca di tutelarla.
In America il potere è diffuso, il che significa che sono diffusi e forti i poteri di veto. E piegarli alla propria volontà da parte di chi occupa la Casa Bianca, se egli si prova a farlo, non è affatto così semplice. È in Europa, assai più che in America, che questo gioco può risultare vincente.
Fin dall’inizio della presidenza Trump, alcuni dei più acuti commentatori delle cose americane (ad esempio, Fareed Zakaria), avevano sottolineato la differenza: le istituzioni della democrazia americana sono forti e possono resistere a un presidente come Trump.
Sul piano internazionale, invece, la sua influenza è e sarà assai più marcata. Trump ha impresso una accelerazione a un processo che era già in moto da tempo, di ridefinizione del ruolo della potenza americana nel mondo.
Una potenza internazionale che sperimenta un declino relativo (si badi: solo relativo. L’America resta la più forte potenza al mondo) deve ridefinire i suoi impegni, deve ridurre la propria esposizione internazionale in funzione della riduzione delle risorse a sua disposizione.
Possiamo solo dire che date le caratteristiche personali di Trump, nonché l’orientamento del movimento Maga che lo sostiene, la sua presidenza sta accompagnando questo processo, peraltro inevitabile, nel peggiore dei modi possibili.
C’è comunque una lezione che ci viene dall’America di Trump. Quando un sistema costituzionale è ben congegnato, protetto dalla tradizione e dal peso della storia passata, quando, per conseguenza, le istituzioni del Paese sono forti e alimentate da uno spirito liberale, allora la democrazia dispone di una condizione privilegiata che – conclude – può permetterle di resistere al Bonaparte di turno”.








