È la scuola italiana – scrive Francesco Grillo sul Messaggero –, il nostro Piave.
Se quella che combattiamo con il virus è – per gli effetti sulle nostre esistenze e sulle nostre economie – simile ad una Guerra globale, la prima del secolo di Internet, è sul fronte della scuola, aula per aula, che una società deve provare a riorganizzare una resistenza ad un nemico che rischia di portarci indietro di decenni.
Ha ragione, dunque, il Governo a dichiarare che, stavolta, le scuole saranno le ultime a chiudere, che ciò succederà solo dopo aver esaurito tutte le altre possibilità. E, tuttavia, per vincere abbiamo bisogno di una strategia. Differenziazione; dati; flessibilità: sono queste le parole chiave che possono capovolgere i tre più grossi errori che abbiamo fatto finora. Bisogna innanzitutto utilizzare l’emergenza per chiedere di completare le mille riforme a metà della scuola, dando sostanza a quel principio di autonomia che parte dalla consapevolezza che non si può gestire da un centro esilissimo, un’organizzazione fatta di ottocentomila dipendenti.
In secondo luogo, per rendere possibile una autentica differenziazione della strategia, abbiamo bisogno di molti più dati.
Infine, la vicenda della scuola svela una terza, sconvolgente verità che manda in frantumi il modo stesso in cui è organizzata – per contratti di lavoro rigidi, proprietà private e specializzazioni senza senso – un sistema sociale rimasto quello di una civiltà industriale liquefatta.
Se il trasporto pubblico è insufficiente che, subito, si metta a valore quello privato (che, comunque, sta sopravvivendo con la cassa integrazione pagata dallo Stato). Se mancano spazi agli istituti scolastici, doveva, da tempo, essere fatto un censimento di quelli pubblici (caserme, stadi), ma anche di quelli privati (sale convegni in grandi alberghi vuoti) per adattarli ad ospitare lezioni.








