Sul Corriere della Sera Francesco Drago e Lucrezia Reichlin parlano dell’anomalia italiana sulla chiusura delle scuole come strategia anti-virus. “Nella prima ondata l’Italia è il Paese che ha mantenuto più a lungo le scuole chiuse. E con la seconda è il Paese europeo che ne ha chiusa una buona parte, avendo imposto la didattica a distanza per tutte le superiori”.
Secondo Drago e Reichlin i benefici di ogni strategia vanno valutati rispetto ai costi e “i dati mostrano che sospendere la didattica in presenza ha dei costi certi, ma benefici molto incerti. Partiamo dai benefici. Non è chiaro quanto la chiusura delle scuole riduca il contagio. La riduzione del contagio dipende dal contesto in cui le scuole vengono riaperte (ad esempio dal trasporto pubblico locale associato all’attività scolastica) e da come e dove trascorrono il loro tempo gli studenti colpiti dai provvedimenti di chiusura.
In alcuni casi, come in Germania, la riapertura sembra addirittura aver ridotto il contagio nella fascia di popolazione più giovane. Su costi invece c’è meno incertezza: la chiusura danneggia tutti gli studenti anche quando viene attivata la didattica a distanza. Chiusure prolungate hanno effetti permanenti sul rendimento scolastico, sulle abilità cognitive, sulla propensione all’abbandono scolastico e sullo stato psicofisico degli studenti. La scuola è un settore in cui i danni associati alla sospensione della didattica non si recuperano più. Sono perdite permanenti per gli studenti e quindi per tutto il Paese.
Cosa spiega questa anomalia italiana? Con la scarsa attenzione alla formazione, uno dei problemi storici dell’Italia. La ripartenza dopo questa drammatica crisi, così come la trasformazione necessaria a innalzare il nostro tasso di crescita nel lungo periodo, può solo basarsi sulla forza delle nuove generazioni. Indebolire il processo di accumulazione di capitale umano con periodi prolungati di chiusura delle scuole – concludono – non è certo il modo migliore per arrivarci”.








