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Europa al tavolo o nel menu delle grandi potenze? | L’analisi di Paolo Gnes

Bene ha fatto la premier Meloni a rinsaldare la partecipazione dell’Italia all’E4 (gruppo informale di coordinamento europeo per la difesa costituito da Francia, UK, Germania e Italia), messa a rischio dalla mancata adesione italiana al progetto di scudo nucleare europeo, sollecitandone la convocazione per definire una posizione comune di fronte all’attacco all’Iran. Il contestuale invio della fregata Martinengo per contribuire alla difesa di Cipro, unitamente al rafforzamento della nostra partecipazione ad altre iniziative in essere quali la missione Aspides nel Mar Rosso, confermano l’adesione del nostro Paese al principio che la difesa dei Paesi membri o alleati aggrediti è dovere collettivo dell’Unione.

Tuttavia la gravità e complessità dei problemi dimostrano che non è possibile affrontarli con interventi sporadici affidati alla buona volontà dei singoli nel quadro dell’attuale struttura politico-istituzionale dell’Europa, ma occorre attivare urgentemente, in attesa di realizzare una struttura federale per l’autogoverno della difesa e delle politiche comuni europee, più efficienti organi-ponte per il coordinamento e la gestione unitaria di tali politiche.

A quasi due settimane dall’inizio della guerra, si può escludere il rischio di intervento di Russia e Cina, ma USA e Israele, nonostante la loro schiacciante superiorità aeronavale, non hanno ancora vinto, non avendo ottenuto il controllo dello Stretto di Hormuz e l’eliminazione della capacità di ritorsione iraniana su Israele e sulle basi USA del Golfo con relativi Paesi ospitanti, né il cambio o l’assoggettamento del regime. Il blocco di Hormuz e i danni alle industrie estrattive del Golfo stanno tagliando un flusso di idrocarburi pari a un quinto dell’offerta mondiale, normalmente diretto alle economie orientali e in particolare a Cina, ma anche a India, Giappone e Sud Corea, che dovranno rifornirsi altrove surriscaldando i prezzi mondiali, con grave danno soprattutto per l’Europa, Italia in testa. Grande favorita è invece la Russia, esportatrice netta di idrocarburi.

La guerra all’Iran aggrava quindi le prospettive per l’Ucraina, che sta per essere attaccata in forze dalla Russia, rafforzata dal blocco di Hormuz e spalleggiata da Trump, mentre l’Europa non riesce a versarle il prestito di 90 miliardi  per il veto ungherese. Supportare urgentemente l’Ucraina con tutti i mezzi e l’impegno possibili è quindi la prima priorità per l’Europa. Quanto alla guerra all’Iran, sulla quale essa non è stata informata né tantomeno consultata, l’Europa sta convergendo su una posizione consistente nell’affermare, per coerenza con i suoi principi e loro passate applicazioni (Ucraina), l’illegittimità dell’aggressione e l’intenzione di non esservi coinvolta.

Le crisi in atto richiedono comunque un ruolo attivo dell’Europa, ponendole l’esigenza di sviluppare autonomamente attive relazioni nel reciproco interesse sia con tutti i Paesi coinvolti nella crisi mediorientale, sia con la Russia. E’ evidente che tutto ciò richiede che l’Europa inizi a comportarsi da potenza, dotandosi di un pragmatico autogoverno federale in grado di assicurarne l’unità e l’indipendenza, adottando fin d’ora soluzioni-ponte per anticiparne gli effetti. In altri termini, per usare la colorita espressione del premier canadese Mark Carney, dev’essere chiaro agli Europei che, se non riusciranno a sedersi al tavolo delle grandi potenze, finiranno nel loro menu. 

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